Minirotaie

Regarding life course and its intersections

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Sapevo che si sarebbe trattato di un rebus. E a me i rebus non sono mai piaciuti. Quelle figure, quelle lettere messe volontariamente a caso, i numeri… I rebus sono pensati per farti rodere dentro. Perché poi quando vieni a sapere la soluzione, beh, era così evidente che ti senti scema.

I rebus sono malefici, meschini, umiliano la tua autostima come una maestra di prima elementare che ti mette in punizione all’angolo perché non eri attenta. Mentre se riesci a risolvere il giochino, alla fine, non è che il tuo umore viene sconquassato dalla felicità.

Ecco, i giorni a venire per me sarebbero stati un rebus. Un gioco a perdere. A cominciare proprio da quel giorno lì. Era tutto chiaro, tra me e mio marito Maurizio: le ferie erano nella parte centrale d’agosto. 2 settimane insieme a Francesco nella casa in Toscana. Una bella casetta, grande abbastanza da ospitare noi 3, il cane, mia suocera Linda, la sorella di mia suocera Giusi. Mare pulito, posto poco caotico, relax anche a ferragosto.

Poi, come sempre, un lungo weekend a fine mese solo per me e Maurizio, mentre Francesco sarebbe andato dritto a casa dei miei, che tanto gli fanno fare quello che vuole. Io e mio marito invece verso qualche angolo dell’Europa. L’estate scorsa a Lisbona: carina, un po’ bohémienne, elegante con pochi sfarzi. Due anni fa a Dublino: in 4 giorni abbiamo beccato la pioggia di un anno. L’estate ancora prima, invece, era toccato a Berlino. Ma Berlino già la conoscevamo, solo che era da tempo che non ci tornavamo e avevamo trovato una super offerta in un hotel di lusso. Una suite addirittura con la piscina nel soggiorno.

Sembravamo due fidanzatini.

Già.

Era solo 3 anni fa.

Ma sembra essere passata una vita.

Allora volete sapere la verità? Eccola. A me semplicemente non va di andare in vacanza con mio marito. Questa, è la verità.

Ora sono seduta al tavolo della cucina, sto mettendo a posto le ultime bollette nei faldoni, controllo a che punto stiamo col pagamento del mutuo, passo insomma una serata di metà luglio, caldissima, nel modo più esaltante che c’è.

Tanto fra poche settimane si parte.

Francesco è in camera sua, a vedere la televisione, penso qualche manga giapponese.

Poi arriva lui, nel silenzio più totale.

«Hey» mi dice.

Alzo gli occhi. «Pensavo che stessi guardando il film con Bud Spencer… poveraccio. Ora che è morto, Rete 4 farà i suoi film in continuazione».

Maurizio scuote la testa. «E’ vero. Ma danno Lo chiamavano Trinità. Io detesto i western, di qualsiasi tipo».

Faccio un ghigno, torno sulle bollette, sbuffo un po’. E non solo per il gran caldo che si sente.

«Tu che dici?» mi domanda facendo qualche altro passo verso di me.

Cavolo, l’ha presa larga. E la cosa non mi piace. Ha il solo e macabro effetto di aumentarmi la pressione, e non solo arteriosa. Quindi glisso.

«Niente… Lo vedi no? Sto mettendo in ordine».

Maurizio ragiona un attimo, poi attacca. «Che facciamo questa estate? Vediamo qualche offerta che ci piace? La botta di culo di Berlino non ci capiterà mai più… però tanto vale provare. Certo, quella piscinetta nella nostra suite, ci siamo divertiti eh?».

Stavolta gli occhi continuo a tenerli sui fogliacci sparpagliati sul tavolo.

«Uè?! Ma mi stai ascoltando?».

«Eh?» faccio finta di riprendermi da tanta concentrazione. «Ma certo che ti sto ascoltando».

«E allora? Che dici… che facciamo? Un mio collega è stato a Londra, dice che è sempre più bella».

Faccio una smorfia. «Sì, così ci prendiamo altra pioggia. Dico, non ti è bastata Dublino?».

Lui fa un’espressione un po interdetta. «Ah già. Non me lo ricordavo neanche più- E allora San Pietroburgo? L’Hermitage?» mi continua a chiedere con le pupille che sbrilluccicano.

Io inarco le sopracciglia, con le mani ancora tra le carte. «Tutte quelle ore di aereo? Ma a te va di farle?» gli chiedo con un tono fintamente interlocutorio.

Maurizio prova ad annuire, ma non gli riesce bene. Rimane per un momento fermo, a contemplare la situazione, sentendosi probabilmente un inutile essere umano, in quell’istante.

E ora che fai maritino mio? Come esci dall’angolo dove siamo finiti entrambi, io da una parte e tu dall’altra?

«Beh… allora dimmi tu» riattacca docilmente «dove ti piacerebbe andare? Hai qualche idea?».

Ecco, bravissimo. Mio marito è stato intelligente. Tanto intelligente quanto, senza volerlo, scaltro. Allora prendo aria, sospiro ancora, ma cerco di non darlo a vedere. E mi dico di essere risolutiva.

«Non lo so Maurizio… Ora ho la testa su altro. Non ci ho proprio pensato, ma…» mi affretto ad aggiungere, prima di trovarmi da sola in mezzo all’oceano in tempesta «domani ci rifletto bene, e se mi viene in mente qualcosa te lo dico subito, ok?».

Lui, in piedi, sembra inebetito. Io torno a concentrarmi sulle scartoffie. Sento allora che blatera qualcosa, ma in realtà sta ripetendo quello che ho appena detto. “Se le viene in mente qualcosa, me lo dice subito…” gli sento dire, con un tono quasi di disprezzo.

Forse non si sta mettendo proprio bene. Con le mani ancora tra le carte cerco furtivamente di osservarlo senza sembrare interessata. Alzo poi di qualche millimetro il viso e vedo che si incammina verso l’uscita dalla cucina. “Ma possibile che non si sia accorto di nulla?” penso mentre continuo a seguirlo nei suoi passi.

Quando ecco che vedo le sue gambe fermarsi. Allora continuo a salire su con lo sguardo. Trovo il suo corpo voltato per metà. I suoi occhi scuri sono lì, fermi impietriti, che mi fissano.

Il rebus, forse, inizia in questo momento. E io non so da che parte cominciare a risolverlo. Forse basterebbe dire “Maurizio, è finita”.

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