Minirotaie

Regarding life course and its intersections

pipa

La segretaria entra con 2 caffè, una bottiglietta d’acqua con succo di limone a parte e un tè freddo. Nulla di straordinario. Il direttore generale dell’azienda ha, nello stanzino accanto, un open bar con tutti i tipi di analcolici: soft drinks, acque, cialde di caffè di vari gusti. Ma anche qualche super alcolico, che generalmente esce fuori dopo la sigla di contratti importanti. In una di queste riunioni celebrative c’ero capitata anche io, un giorno, perché bisognava preparare immediatamente un bonifico per uno dei nostri fornitori, da processare dopo aver venduto un sistema di allarme per un importante impianto sportivo in Veneto. In quel momento, sul tavolo si stava brindando con un distillato trasparente come l’acqua. Una bottiglia che, appena aperta, aveva diffuso l’odore acre di alcol per tutta la stanza.

Io mi ricordo che passai la mano. Ci mancava solo che sbagliassi poi gli estremi del bonifico grazie ai residui di grappa nel sangue. E pensare che in ufficio gira ancora voce che la donna delle pulizie avesse trovato la bottiglia svuotata e capovolta nel cestino sotto la scrivania del dg.

Oggi però non dobbiamo da festeggiare nulla, solo aggiornare il direttore riguardo il software testato a Milano. E per me c’è del tè freddo, mentre il dg si versa del succo di limone fresco nella solita acqua ghiacciata, mescolandola poi con il cucchiaino. Delle nostre parole, però, non se n’è persa manco una. Io avevo fatto l’introduzione, da brava responsabile dell’ufficio; il collega Roberto, un senior, era entrato invece nei dettagli. L’ultimo della squadra, Vincenzo, in azienda da soli 6 mesi, ascoltava, prendeva appunti, ma soprattutto osservava il direttore.

Non capita tutti i giorni di avere una riunione con lui.

A un tratto lo fisso anche io. Il manager, seduto alla solita testa del tavolo, non guarda però nessuno di noi tre. Ha gli occhi bassi, quasi non annuisce, sembra che ci stia facendo un favore. Ma, appunto, saprebbe ripetere alla lettera ogni parola, ogni concetto che abbiamo condiviso intorno a quel tavolo. Perché fa sempre così. Nel bel mezzo di una riunione, proprio quando arriva la segretaria con il vassoio dei drink e dei caffè, lui comincia il solito rituale. Dopo essersi preparato l’acqua con il limone, afferra con la mano sinistra la pipa di legno scuro, e con la destra pesca un po’ di tabacco da un barattolino aperto lì vicino. Poi, mentre Vincenzo continua a spiegare dei dettagli, il direttore infila con una certa attenzione il tabacco nella pipa, pressando delicatamente quel gruzzoletto all’interno del buco.

Infine alza gli occhi, fa un’espressione quasi dolce, interessata, e pronuncia la fatidica domanda.

«Vi dà fastidio?».

I miei collaboratori non sanno cosa rispondere. Io, che conosco il protocollo, sorrido e acconsento. Acqua, limone e tabacco è uno dei peggiori accostamenti che un essere umano avrebbe mai potuto creare, ma non posso fare altro. Poi mi giro verso il collega.

«Prosegui, Vincenzo».

Lui ricomincia a parlare, un po’ impacciato e con gli occhi che non sanno più dove guardare. Il direttore generale invece ha già provveduto ad accendere la pipa con un fiammifero più lungo di quelli tradizionali. E Passano solo pochi secondi. Sì, davvero pochi, quasi non me ne accorgo. Nel frattempo mi perdo. I pori mi si dilatano, sento una strana scossa. Respiro, ma mi rendo conto di farlo perché l’aria che entra nelle mie narici è diversa. Nella stanza si è sparso un profumo caldo, inebriante, i miei polmoni sembrano ringraziare. Quel tabacco è diverso dalle altre volte. All’inizio è dolce, fruttato, ma poi si trasforma. Dalla ciliegia passa al pino. Sa di bosco, è fresco, e termina con alcune note di menta, del tutto inaspettate.

Non penso più al mix avvelenato del suo drink insieme al tabacco, mi sento rapita mentre Vincenzo probabilmente continua a fare la sua dissertazione.

Poi aspetto, e quel mondo, quella confusione mentale che mi si era presentata davanti, a un tratto diventa nitida, riconoscibile, trasparente. Ecco, è proprio lì: mio nonno, seduto su una sedia a dondolo in un angolo del salotto. La stanza è buia, vedo solo la sua silhouette, di spalle, che copre la luce emanata dalla televisione. Tutta la casa è avvolta da questo profumo ipnotico, che ne vorresti respirare ancora e ancora di più.

Mi risveglio e guardo dritta davanti a me. Il direttore in quel momento annuisce. Forse Vincenzo è stato particolarmente convincente.

Io invece ringrazio il destino. In via del tutto gratuita e casuale, mi ha fatto rivivere qualcosa che non c’è più. Esattamente come era allora. La vita è proprio fatta di momenti imperdibili, che speri di avere la fortuna di chiudere gli occhi e di goderti fino in fondo.

La riunione a questo punto può continuare. Sono sicura che andrà bene. Io sono di buon umore, la mia giornata me la sono già conquistata. Ho voglia di tornare a casa presto, di abbracciare mio figlio e di non pensare ad altro. Di non logorarmi. Perché tutto si sistema, tutto. E quello che non si è ancora sistemato, è perché non è stato possibile farlo.

Non voglio di più. Forse solo che questo attimo duri più di quanto io sia abituata a viverlo, e continuare solo a respirare.

Poi, per una volta, lasciare consapevolmente vincere alla vita.

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