Minirotaie

Regarding life course and its intersections

ombre-comp

“Ciò che noi conosciamo di noi stessi, non è che una parte, forse una piccolissima parte di quello che noi siamo. E tante e tante cose, in certi momenti eccezionali, noi sorprendiamo in noi stessi, percezioni, ragionamenti, stati di coscienza che son veramente oltre i limiti relativi della nostra esistenza normale e cosciente”.

Umorismo – L. Pirandello (1908)

Annunci

persiane-piazza-spagna

Ho letto tempo fa che la ripetitività del giorno ammazza il tempo. Lo priva del significato, del valore, del contenuto. Di quello che ha da dirci e della voglia di parlargli. Tutto si pone su uno strano asse, quello del pilota-automatico.

Ti alzi e probabilmente non sai manco perché, ma sei arrivato al lavoro. Nel frattempo hai fatto un sacco di cose. Ma sempre le stesse. E’ per questo che, da quello che ho capito, la vita scorre così veloce man mano che andiamo avanti. Man mano che ci abbandoniamo alla routine. La difficoltà ad alzarsi la mattina, le domande sul perché lo facciamo, gli occhi che bruciano, il caffè, il sapone, il deodorante.

Tanto per iniziare. Succede tutto in pochi secondi. E non ci tocca quasi neanche più il sole che, ora, sta imparando a rimanere più in alto durante il giorno.

In fin dei conti la luce è un dono.

Dovremmo allenarci a fare qualcosa di diverso, anche piccolo, ogni tanto. Non so: un profumo nuovo, una camicia appena acquistata, una nuova crema per il corpo che hai comprato nel negozio sotto casa, spinta dal vedere se c’era qualcosa che ti potesse attrarre e di cui non sapevi ancora l’esistenza.

Nuove scoperte.

Le scoperte sono nuove quando ci mettiamo nella loro direzione, e finalmente apriamo un po’ di spazio in mezzo ai nostri doveri.

Ecco perché “lasciar andare” non basta più. Perché non ce ne siamo mai accorti, ma diventava solo sinonimo di “lasciar scorrere”.

burocrazia

L’ignoto spaventa, è ovvio. E il non-sapere-cosa-ti-aspetta. E’ ciò che trovi dietro una porta sapendo che quello che hai, se non perfetto come vorresti tu, comunque va bene.

E’ una specie di assuefazione.

Ma credo che tutto questo non sia quello ciò che ci spaventa di più.

Di certo, i pilastri che dovrebbero sorreggere il nostro futuro, la nostra esistenza in Italia e in Europa, scricchiolano. E per un tratto, tutto ciò rappresenta anche il nostro ignoto.

Solo che c’è dell’altro, se per un attimo ci giriamo indietro. Il risultato è che, nonostante tutti gli sforzi, nonostante le iniziative istituzionali, a livello italiano ed europeo, volendo anche mondiale, le cose non stanno cambiando. Oggi hanno confermato che siamo di nuovo sprofondati nella deflazione. Ciò vuol dire che non si sta comprando, che si preferisce tenersi i soldi in tasca, che non c’è fiducia.

La fiducia, già.

La fiducia ce l’hanno tolta, ce l’hanno usurpata, come un qualsiasi diritto fondamentale di cui (per via anche del referendum, altro tassello che conferma l'”ignoto”) sempre più gente si riempie la bocca.

E stiamo quindi a metà, tra il resistere, e lo scappare. Tra il crederci, che prima o poi qualcosa di meglio accadrà, e l’abbandonarci a meccanismi di vita e di relazioni in cui non ci sono regole.

Difficile, infatti, parlare di regole oggi.

Perché è più difficile ancora farle rispettare.

Ci appelliamo a quella classe media che non c’è più, temendo forse di scendere ancora più a fondo, verso una classe in cui, magari, già ci troviamo senza saperlo (perché i ricchi sono diventati davvero ricchi!) ma di cui abbiamo costantemente paura, come se arrivassimo al punto di non ritorno.

Non so, se la classe media prima o poi tornerà. Quella vera, in cui tutti stavamo bene e non chiedevamo di più.

Ora pare che ci abbiano tolto il diritto a stare tranquilli.

Ma il “mollare” adesso fa il gioco di chi, senza saperlo, mosso da una quasi mano invisibile, fa il gioco loro. E, nel nostro piccolo, nel nostro mondo, vogliamo comunque vivere con delle leggi giuste, eque. Almeno nel nostro mondo. Perché, in quello degli altri, spesso la giustizia non ha più peso.

E’, come molti direbbero pur di trovare una scusa, una giustizia troppo “burocratica”.

lincoln-memorial

Ci siamo, domani è il giorno. La più grande potenza mondiale sceglie il suo governatore.

Ma siamo sinceri. Non so se siete mai stati negli U.S.A., né so se – in particolare – siete mai stati a Washington. Ecco, Washington è una città istituzionale, monumentale, che pulsa di istituzioni. E’ fatta di politica, di scuole di diritto e di codici, di biblioteche zeppe di tomi impolverati.

Il Lincoln Memorial, ad esempio, mette i brividi solo a guardare, per qualche attimo, gli occhi di marmo della statua di Abraham. Tutto questo incarna un potere autorevole, dignitoso, che appunto basta fissare per un attimo per rimanerne in qualche modo pervasi, e poi renderne atto.

Ecco.

Con il pensiero di avere la faccia di Lincoln che mi guarda dall’alto, un po’ mi rammarico, un po’ mi preoccupo. Perché appunto, siamo sinceri… ci troviamo davanti al peggior scenario politico possibile che un paese possa offrire. E quel che è peggio è che questo scenario è offerto da un paese che non dovrebbe permettersi il lusso di presentare campagne di questo tipo. Sono molto deluso, e vista la delusione non so cosa aspettarmi, domani.

Ok, lo dico, vorrei che vincesse il male minore, ossia Hillary. Ma mi preoccupo che i Democrats non siano stati in grado di tirar fuori, dopo Obama e dopo 8 anni, una nuova figura. Volendo una nuova speranza. Mi può consolare solo l’idea che, dopo un afro-americano, ora possa toccare a una donna. Ma non mi basta.

Ed ecco allora che ai Republicans è toccato rispondere, e l’unica via è stata quella di andare sul trash. Perché se da una parte c’è il vecchio che avanza, dall’altra bisogna fare solo rumore, gridare al mondo che gli U.S.A. dovranno essere i padroni indiscussi, girare tutti insieme pistola-muniti, costruire muri.

Un po’ come succede anche in Europa.

Chissà se era inevitabile, in alcuni punti della Terra e in un mondo dove le barriere ormai si scavalcano con un clic, avere prima o poi questi pensieri. Ritorno allora a guardare Lincoln. Lui no, questi pensieri non li aveva. Lui, nel 1865, aveva abolito la schiavitù. E credo che avesse avuto molto più coraggio di chi, oggi, non fa altro che gridare più forte, sparare più lontano e costruire barricate dietro le quali difendersi.

Un po’ come se si stesse in guerra.

Siamo arrivati a 26 capitoli. 26 giorni, 26 storie brevi legate a Diletta, alla sua vita, alla sua voglia di cambiare.bellabarba_cover

Ma si può cambiare così facilmente?

Più è grande il cambiamento, più questo comporta una grande esposizione. E un grande coraggio.

Diletta è quindi a un passo dal “fare” ma, appunto, serve coraggio. Serve passare o meno da quella porta che Manuel le sta tenendo aperta. Ce la farà, o si tirerà indietro? E poi, con suo marito Maurizio, quale sarà l’esito? Riuscirà finalmente ad abbandonarlo?

“Sapeva di zenzero” è un racconto di 30 brevi capitoli che narrano di scelte, di coraggio, della ricerca di una nuova vita o, più semplicemente (o più profondamente) della ricerca della felicità.

Per cui, a volte e anche se sembra incredibile, basta solo passare (o meno) attraverso una porta.

Se vorrete saperne di più, attendete ancora qualche giorno, e “Sapeva di zenzero” sarà disponibile in e-book.

Al momento lo trovate sulla piattaforma “Il mio libro”, a questo link

“Sapeva di zenzero”, di Marco Bellabarba

Come sempre, buona lettura a tutti, e attendo le vostre critiche e osservazioni!

portone-sarnano

Devo ammettere che ho un debole per le case in mattonato. L’Italia è piena di questi borghi che si attorcigliano su se stessi, regalandoti un’immagine antica, ma allo stesso tempo pregiata. Quando si vedono dall’alto, in qualche foto-cartolina, hanno un certo fascino. Ma quando poi te li trovi davanti, ti chiedi da quanti anni sono in piedi, chi le ha costruite, come sono fatte dentro.

Manuel ha appena parcheggiato la moto nella piazzetta dove affaccia anche casa sua. Accanto c’è un altro piccolo edificio con una specie di portici a forma di arco alla base, sotto i quali c’è la macchina di mia madre. Mi giro intorno. In effetti è vero, è l’unica vettura che si vede in quel quadrilatero di case antiche, e non c’è altra anima in giro. Sarà poi per l’orario, sono le 11 passate da un pezzo, ma non c’è neanche alcuna luce accesa dietro le persiane, peraltro tutte chiuse.

Sembra come se ci fossimo solo io e lui, in quel pezzo di mondo. E la cosa ora cominciava a destarmi qualche dubbio, se mi piaceva o meno. Se volevo ancora trattenermi, o andare via.

No, a questa domanda onestamente io non ero preparata.

«Te l’ho detto quando eravamo al supermercato» mi fa Manuel, dopo aver notato che mi giravo intorno «qui sono in pochi, e vanno a letto presto… Beh, come è andata la gita senza casco?».

Mi accarezzo i capelli, cercando di sistemarmi almeno la frangetta. «È stata divertente…» ammetto, mentre lui mi sorride. «Sì, è stata divertente».

«Ne ero certo. La moto fa spesso questo effetto, specialmente se è la prima volta che ci sali sopra» commenta mentre dà un paio di botticine al sedile. «Lei è fantastica, non mi delude mai».

«In che senso non ti delude mai

«Ognuno di noi ha delle aspettative, no? Ecco, ero certo, appena ti ho invitato a salirci sopra, che alla fine avresti avuto questo sorriso qua» termina indicandomi.

Io rimango immobile, mentre lui mi passa accanto. Non so cosa dire, so solo che non posso fingere di essere stata bene. Con gli anni, però, ho imparato anche a rispettare i silenzi. D’altronde a volte sono necessari, e non si fa dispiacere a nessuno se in qualche momento si rimane senza aprire bocca. Chiamatela difesa, chiamatela ansia, chiamatela strategia, ma io in questi momenti preferisco non dire nulla.

Sento poi un rumore di chiavi. Manuel le ha appena estratte dal suo borsello. Sono momenti rapidissimi che in realtà vorrei congelare, proprio mentre lui cammina verso il portone di casa. È un portone alto, rivestito in legno, con le sagome di due leoni con in bocca un anello al centro delle ante. Lui però non si gira, sembra noncurante di avere una donna, a pochi metri, che lo osserva con una certa agitazione. Perché in un modo o nell’altro questa serata dovrà finire, e io dovrò prendere una decisione che mi potrà dare la gioia di una soddisfazione, la rabbia di un rimorso, o la serenità di un’accettazione. Che succeda qualcosa, oppure che ci sia un rifiuto, oppure che non succeda assolutamente nulla… in ogni caso, niente potrà essere come prima.

Manuel è ormai davanti al portone. Infila la chiave nella toppa e lo spinge in avanti. Scorgo, qualche passo più indietro, un ingresso debolmente illuminato. Forse una di quelle abitudini antiche, di lasciare una luce accesa in casa quando i padroni non ci sono, che evidentemente è stata conservata anche dalla sua famiglia.

Pur rimanendo distante, una zaffata di odore di umidità, di cantina, mi cattura le narici. Con la testa e lo sguardo cerco di curiosare oltre l’ingresso, e vedo che in fondo c’è una scala che porta ai piani superiori e, a sinistra, un piccolo divano e una scultura in marmo raffigurante una donna, in cima a una colonna, anch’essa di marmo.

Manuel a questo punto si gira. «Allora, ragazza dai capelli scompigliati… che fai, vieni su?»

In quel momento la situazione delude le attese. Perché sebbene me lo aspettassi, a differenza di quello che capita nei film importanti, di quelli che magari vincono anche dei premi prestigiosi, non vedo nulla. Non si attiva, nella mia testa, quel flusso di immagini rapidissime dove davanti ai miei occhi, all’improvviso, ripasso tutta la mia vita, le immagini di Francesco da piccolo, appena nato, o di Maurizio mentre mi prepara la cena.

Niente. Vuoto totale.

Ma forse la mia vita non è un film. E davanti ho la pura realtà. Davanti c’è Manuel, che attende una risposta.

gioco-dazzardo

Dove sono.

Cosa sto facendo.

Ma soprattutto perché.

Non mi sembra alla fine qualcosa di logico, di ben disegnato. Qualcosa che mi permette di fare luce, e di capire. Quando le persone mi dicono che alcune cose accadono così, con la velocità che non ti aspetti, e che banalmente ti lascia fermo sul posto come la vittima di un sequestro lampo… quasi tocca crederci. E tu stai lì e provi a chiederti, ma quando la mente non metabolizza, non va allo stesso tempo in cui viaggia la realtà, la verità – se così possiamo chiamarla – arriva dopo, arriva in ritardo. Senza giustificazioni.

Mi serve tutto quello che sto facendo?

Mio marito, mi manca?

Domani lo rivedrò. Ha detto che viene a trovarmi, anche solo per un giorno. Per vedermi, per capire.

Amore e irresponsabilità. Non mi è chiaro fino a che punto esiste il collante, l’alchimia, il nesso. Eppure sono convinta che per amare bisogna essere irresponsabili, ma bisogna anche capire verso chi è diretto, l’“amore”.

Verso l’altra persona? Verso noi stessi?

Credo che la perfezione richieda il doloroso sforzo di seguire entrambi. Ma di certo non possiamo prescindere dall’amare noi stessi.

Né esiste la perfezione.

Ecco, io non so bene quello che sto vivendo, né come lo sto facendo. Perché se ci deve essere dell’irresponsabilità nell’amare, allora non voglio adesso pensare a nulla. Alle conseguenze e, di certo, alle responsabilità.

Non mi scocciate. Non ditemi quello che devo fare, o come lo devo fare. Si aprirebbe una discussione futile che farebbe solo perdere tempo, riflettere, guardare di meno quello che adesso ho sotto agli occhi. E tutto questo si trasformerebbe poi in un dibattito su ciò che mi serve o non mi serve.

Perché, voi sapete subito tutto quello che è necessario? Sapete subito qual è la migliore mossa da fare, e come vi sentirete dopo che l’avrete messa in atto?

Ma un po’ di bontà per favore… Un po’ di bontà, ecco quello che serve. E anche dell’autocoscienza.

Mi trovo seduta su una moto potente, con i capelli accarezzati dal vento e alle spalle di questo tizio che conosco da circa 48 ore. Fra poco raggiungeremo casa sua dove riprenderò la macchina. È stata una serata speciale. Non voglio pensare al domani, ora. Non me lo merito. Sebbene, lo ammetto, vorrei che tutto si risolvesse con qualche strano tocco magico, come nel sogno di tante notti fa. O come le carte di un solitario dove, come per incanto, ognuna va al proprio posto coprendo ogni spazio rimasto, carta dopo carta, mossa dopo mossa, come per ordine divino.

Ma così è troppo facile. Così non funzionerà. Le carte, da mettere sul tavolo, non le prendiamo sempre dal mazzo. Perché non dimentichiamoci che a un tratto siamo noi che le dobbiamo scegliere, e calare giù.

No però, non è questo il modo. Così mi state facendo pensare. Preferisco guardare avanti, alla strada che maciniamo in moto. E godere delle note fresche del suo profumo.

Questo, adesso, è più che sufficiente.