Minirotaie

Regarding life course and its intersections

Basket

La pelle d’oca. Il brivido che ti percorre lungo la schiena e che risveglia le vertebre, una ad una, dall’osso sacro fino alla cervicale.

Le farfalle che svolazzano dallo stomaco al cuore alla testa.

Tutto questo si chiama adrenalina.

L’adrenalina è come una pillola magica che ti fa volare nel tempo. E’ bellissima. Ma a volte ti fotte. E’ fonte di perfetto “rincoglionimento”, di un sequestro emotivo che, al di là del poter essere sano o non sano, ti fa volare. E volare fa bene, fa sentire bene. Anche quando la realtà è giù, in fondo, in basso, dove tutto il resto aspetta e vive la propria giornata reale.

Io in quella palestra, ieri pomeriggio, ci sono capitato per caso. L’ultima volta è stato 17 anni fa, quando allenavo. Prima ancora, sempre in quella palestra, ero arrivato persino ad allenarmi con la serie D della squadra dove giocavo. Avevo 18 anni, e il basket era un gioco che volevo fare mio, ma che tanto non mi sarebbe mai appartenuto. Il perché, oggi, non ha importanza. A distanza di tanto tempo non posso arrovellarmi intorno a qualcosa che non ha più importanza.

Ma l’adrenalina che ho provato nei primi 10 minuti della partita che ho visto ieri, me la porto ancora dentro. E’ come se si fosse risvegliata una parte di me che era andata in letargo.

Ed è una parte che non si smarrisce mai.

La squadra dove giocavo oggi non esiste più. Al suo posto, da qualche anno, ce n’è una femminile. E ogni volta che segnavano le ragazze di casa, ecco che esplodeva un fragore incredibile, proveniente dalle panche dove si erano messe le persone a guardare la partita.

A un tratto mi sono affacciato da dietro la colonna dove stavo. Saranno state una ventina di persone.

Ma quando si facevano sentire sembravano un migliaio.

Ma così è lo sport. Così è quella palestra, anche se quando giocavo io, tutto questo frastuono accadeva raramente. E quando accadeva, sembrava appunto di stare in mezzo a una finale in mondovisione.

Ecco perché, sempre ieri, sarei voluto entrare in campo con tutte le mie forze. E aiutare le ragazze, chiacchierare con l’arbitro, dire alla n. 35 che doveva tirare e non solo passare la palla, ma soprattutto godersi il momento del canestro.

Mi sono sentito “libero”, in questo pensiero. E penso che lo sport, come l’arte, sia proprio così.

Libertà incondizionata piena di adrenalina pura.

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