Minirotaie

Regarding life course and its intersections

piante

«Hai dato l’acqua alle piante?» gli chiedo dopo il mezzo sorriso con cui avevo notato la cena quasi pronta in un angolo della cucina. Filetto di maiale in crosta, fagiolini cotti al vapore da condire con aceto balsamico, un paio di formaggi stagionati dove aggiungere miele di castagno. Macedonia finale.

Io, un mezzo sorriso.

«Hey, hai dato l’acqua alle piante?» mi faccio avanti di nuovo, lui era rimasto imbambolato a osservare chissà cosa dentro al frigorifero.

«Ancora no amore…» mugugna senza guardarmi.

«Dai, lo faccio io stavolta», gli dico con tono risoluto.

Esco fuori sul terrazzo senza badare alla sua espressione probabilmente stupita, passando dalla porta finestra della cucina del piccolo attico, comprato insieme a lui ormai 10 anni fa. 10 anni fa dopo 3 passati in affitto in un altro appartamento nello stesso palazzo. Un edificio di 4 piani ma con un seminterrato, dove appunto vivevamo io e Maurizio. Questo dove stiamo ora, oltre a essere più grande, adatto per 3 persone e per la cuccia di Schizzo, ha anche la luce. Tanta, luce. Che vorrà dire soffrire il caldo d’estate, ma almeno permette di far allargare gli occhi. E il terrazzo mi fa respirare quell’aria che tanto bramo nei miei 4 piani di ascensore.

Appena esco fuori allora alzo la testa e guardo il cielo. Ancora non fa buio, le stelle me le posso solo immaginare. Poi metto a fuoco davanti a me. Nel palazzo di fronte, su un balconcino a un piano più basso del mio, c’è una ragazza in piedi, spalle appoggiate alla finestra chiusa, che fuma una sigaretta. Accanto a lei un tavolino che occupa metà del piccolo balcone, non c’è neanche una sedia vicino. Sopra al tavolo riconosco un posacenere con un paio di cicche consumate. La ragazza guarda davanti a sé. Non muove un muscolo della faccia, pare che non sbatta neanche le ciglia. I pensieri evidentemente le schiacciano così tanto la testa che la costringono solo a gesti meccanici, come portare la sigaretta alle labbra, aspirare, ingoiare fumo, ed espellerlo elegantemente dal naso.

Scuoto la testa, faccio spallucce.

«Qualsiasi cosa sia, pensaci bene cara…» mormoro rivolgendomi al resto del terrazzo. A quel terrazzo che, come tanto altro nella mia vita, condivido con l’altra persona, che stranamente oggi non mi è corsa dietro per sapere se ero impazzita, o che magari non si chiede nulla di quello che gli capita intorno, perché va bene così com’è, perché potrebbe andare molto peggio, e quello che ha, in molti neanche ce l’hanno.

So solo che detesto dare l’acqua alle piante. Non lo faccio mai, ma oggi mi sembra che i 4 piani di ascensore non mi siano bastati a darmi quel tocco di adrenalina, quel profumo di completa vitalità, e l’ultima persona che avrei voluto vedere davanti, l’ultima faccia con cui avrei voluto a che fare è stata proprio quella dell’uomo che, sentendo che trafficavo con la chiave dentro la serratura, è volata ad aprirmi la porta. Molto prima persino di Schizzo, che stava in camera di Francesco.

No, per favore no. Adesso non parlatemi di “accettazione”. È troppo presto, lo spazio per respirare c’è, la luce per guardare pure. E allora voglio stare ancora un attimo così come sto, sebbene mi rendo conto che è un desiderio realizzabile “a tempo determinato”. Perché alla fine un figlio non è accettazione, e un lavoro come responsabile amministrativa di una multinazionale non è accettazione.

Un marito, non è accettazione.

Neanche l’acquisto di un attico, di cui ancora stiamo pagando il mutuo (e lo faremo per altri 10 anni) è accettazione.

10 anni, lo so, sono tanti.

E forse, un po’, mi spaventano.

Ecco.

La paura, alla fine, è l’unica cosa che può essere accettazione.

«Mammaaaaaaaaaaa!».

Sento di nuovo Francesco, che poco dopo compare di corsa in terrazzo. Ha terminato un disegno, me lo vuole mostrare. Prendo il foglio umido di acquerelli colorati. È il classico panorama dove c’è una collina, del verde, il sole, una casetta, alcuni alberi sparsi in mezzo ai quali passa una stradina. A sinistra, proprio dove questa inizia, c’è la nostra station wagon. A bordo ci siamo tutti e 4.

Compreso Schizzo.

 

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