Minirotaie

Regarding life course and its intersections

grissini

Finalmente ero riuscita a trovare il telefono. Nascosto in fondo alla borsa del mare, che in quel momento era abbandonata all’ingresso di casa. Guardai il display: mia madre.

Ma mia madre non chiama mai, lo faccio sempre io. E poi stava chiamando dal suo cellulare.

Ma che cazzo stava succedendo.

«Pronto mamma?» aggredii subito la cornetta.

«Diletta… Diletta mi senti?» urlò dall’altra parte lei. Il tono della voce era affannato.

«Mamma! Ma che succede?».

«Senti… Stiamo all’ospedale… papà… è caduto».

Appena 5 minuti prima mi ero seduta a tavola insieme agli altri. Il sapore del pesce fritto ancora mi volteggiava intorno alla lingua. Era proprio buono. Era maledettamente buono. Ma appena avevo sentito quelle parole, lo stomaco mi si era chiuso. Ospedale, medici, mio padre in un lettino con la faccia pallida… tutto in mezzo alla digestione del calamaro fritto.

«Ca… caduto? Ma come caduto?! Che dici mamma? Ma dove siete? Come sta?» la mia bocca aveva cominciato ad aprirsi e chiudersi e io semplicemente a metterci il fiato in mezzo. Mia madre mi doveva dire subito tutto quello che era successo, non avrei mai accettato brutte notizie.

Il suo tono però si fece stranamente più sereno. Forse chi ha una presa diretta sulla situazione vive tutto con maggior tranquillità. Perciò mi informò dell’ospedale dove stavano, non lontano da casa loro.

«Sì, ma come sta papà… come stà?!» tornai subito sull’argomento.

La voce di mia madre a quel punto si fece preoccupata. «Beh… pare che si sia rotto il femore» sentenziò.

Femore rotto.

Rotto.

Chiusi gli occhi, strizzai le palpebre. Addio.

Mio padre ha quasi 80 anni, e con la forza solo di un ottantenne (non un mese di meno) non ci possiamo aspettare miracoli. Perciò bisogna sperare. Sperare che l’intervento vada a buon fine (perché mia madre ancora non me l’ha detto, ma l’intervento si farà, e senza il minimo indugio), sperare che la riabilitazione sia efficace. Che gli dia una possibilità di ritornare a camminare. Di non perdere mai la possibilità di sorridere. E sperare anche che non ci siano altri intoppi. Che la testa rimanga quella almeno di un ottantenne, per intenderci.

Cominciai ad avere davvero paura.

«Ma lui come sta? È cosciente? Risponde?» le domandai.

Mia madre mi tranquillizzò. «Sì. I medici hanno detto che è collaborativo, è reattivo… Ma tu, dimmi, tu riesci a venire?».

Non esitai un attimo.

«Certo, fammi organizzare e in un’ora e mezza sono lì».

Attaccai poco dopo, e già col pensiero ero dentro al treno, e poi sulla mia macchina, in strada, verso l’ospedale.

Maurizio non mi aveva visto tornare, e si era affacciato all’ingresso della casa. Gli spiegai tutto. Lui si preoccupò.

«Vengo con te» mi fece con un tono perentorio, quasi impositivo. “Non ti lascio sola”, era il senso della sua frase.

Io mi sentii più leggera. E onesta con me stessa. In silenzio, di nascosto, ma onesta e senza troppa paura di esserlo.

L’immediato era ciò che contava. Da una parte mio padre. Dall’altra Francesco, le sue vacanze, e il cane che deve essere comunque portato in giro, a passeggiare.

«No, Maurizio. Tu pensa a Francesco. Si deve svagare, ha bisogno di qualcuno che gli stia accanto, specie ora che il nonno sta male… Lui lo adora, il nonno» mi avvicinai e gli sfiorai la spalla. «Tu, quindi, fa’ il compito del padre, e a me lascia quello della figlia. Questi due ruoli, ora, sono quelli dove non possiamo mancare».

Maurizio non la prese bene. Ma se devo essere sincera mi chiedo se accadeva perché voleva stare con me, nella mia sofferenza accanto a mio padre, oppure perché a un tratto veniva catapultato in una vita senza moglie, senza la sicurezza di una presenza, senza una rassicurazione su quello che sarebbe potuto accadere l’indomani.

L’unica certezza che invece sentivo di avere, era che la nostra vacanza lontano da tutto e da tutti era finalmente stata posticipata a data da destinarsi.

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