Minirotaie

Regarding life course and its intersections

ospedale

La mattina dopo mio padre aveva già subìto l’intervento. Un’operazione di routine, così almeno ci aveva rassicurato il primario, della cui riuscita non aveva il minimo dubbio. L’ultima, uguale, l’aveva eseguita proprio il giorno prima. Cambiava solo il lato del femore: oggi il sinistro (di mio padre), ieri il destro (dell’altro tizio).

Quando lui rientrò in stanza, io e mia madre eravamo già ad attenderlo. Mio padre era più o meno cosciente. Ci riconobbe, ci fece anche un accenno di sorriso. Io mi sentii più sollevata. Anche se lo sapevamo, i giorni successivi sarebbero stati quelli della “verità”, non appena mio padre si sarebbe messo alla prova con la fisioterapia, e la sua voglia di ricominciare.

Poco più in là, l’unico altro letto della stanza era vuoto.

«Meglio così» aveva detto mia madre mentre lo aspettavamo «almeno non avrà altri rompiscatole vicino».

Io invece temevo che si annoiasse. Comunque avrebbe dovuto resistere al massimo 2 notti, poi l’avrebbero spostato in un centro di fisioterapia e riabilitazione, convenzionato con l’ospedale. Un centro ovviamente a pagamento, un salasso di spesa, ma che gli affitti delle case dei miei genitori, in qualche modo, avrebbero contribuito a coprire.

Mi trattenni ancora qualche attimo con loro. Mia madre era rimasta imbalsamata a guardarlo, senza poter fare o dire nulla, mio padre invece apriva e chiudeva gli occhi, ogni tanto tossiva. La situazione mi sembrava stabile. Uscii allora a prendere un po’ d’aria. Percorsi il lungo corridoio del piano e arrivai alla terrazza dell’ospedale, che si affacciava sul piccolo giardino intorno. Di nuovo mi travolse la voglia di tornare a fumare. La notte passata era stata la prima, dopo tanto tempo, in cui dormivo da sola. Se ben ricordo l’ultima volta che Maurizio aveva pernottato fuori città per lavoro era stato 5, 6 mesi fa. Ma quella della scorsa notte era stata una diversa solitudine. Qualcosa di ricercato, forse anche di necessario.

E alla fine, cosa mi aveva lasciato?

Ad essere sincera, una risposta indefinita, a cui non sapevo dare una qualifica, un nome.

Sempre la notte scorsa avevo anche cominciato a farmi altre domande, sul “se mi era mancato” e sul “quanto mi era mancato”, ma mi ero volutamente fermata con le risposte. Troppo presto, troppo immediate, troppo pericolose per dover poi prendere alcune decisioni definitive. Ora, con mio padre di là che rischiava di non rimettersi più in piedi, e con mia madre ancora più preoccupata perché, lei sì, non avrebbe saputo come fare senza la sua compagnia… tutto sembrava avere un futuro ignoto che spaventava più di una terribile sicurezza.

Ecco perché non c’era tempo per le risposte, ma solo per un po’ di distanza che avrebbe aiutato me a essere più vicino ai miei genitori e a prendermi, finalmente, un po’ di spazio per comprendere ciò che stavo vivendo.

Decisi di rientrare poco dopo. Faceva caldo, il terrazzo era completamente assolato e non c’era neanche un infermiere a cui scroccare una sigaretta. Quando ripercorsi parte del corridoio per tornare da mio padre, notai però qualcosa di diverso. Un ragazzo era seduto, con il capo chino, su una seggiola appoggiata fuori dalla stanza dov’era ospitato mio padre. Prima non c’era.

Gli passai accanto. In quel momento alzò la testa ma aveva ancora lo sguardo basso, perso sul pavimento. Sembrava che avesse smesso di piangere da poco. Era rosso in viso, gli occhi particolarmente gonfi. Come se una catastrofe gli fosse caduta dall’alto all’improvviso. Una specie di tsunami, che appena fai in tempo a riconoscere già ti ha travolto e portato via.

Entrai in stanza, mi riavvicinai a mio padre, gli sorrisi. Pochi attimi dopo arrivò, su un letto mobile accompagnato da due infermieri, un signore anche lui piuttosto adulto. Aveva il viso affaticato, e gli occhi completamente serrati. Dietro di lui il ragazzo che avevo visto prima. Avrà avuto poco più di 30 anni, e con indosso un paio di pantaloncini e una maglietta bianca che ne esaltava il corpo atletico. Stava seguendo l’intera scena con un’espressione di tenerezza mista ad apprensione, mentre gli infermieri spostavano il signore con cautela sul letto a pochi metri da noi.

Poi il ragazzo si avvicinò.

«Papà, me oyes?» disse.

Uno dei due infermieri lo guardò. «È sveglio, ma vedrai che fra poco apre bene gli occhi e ti risponde… aspetta ancora un attimo».

Lui fece un cenno con la testa per ringraziare, poi sorrise timidamente.

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