Minirotaie

Regarding life course and its intersections

gioco-dazzardo

Dove sono.

Cosa sto facendo.

Ma soprattutto perché.

Non mi sembra alla fine qualcosa di logico, di ben disegnato. Qualcosa che mi permette di fare luce, e di capire. Quando le persone mi dicono che alcune cose accadono così, con la velocità che non ti aspetti, e che banalmente ti lascia fermo sul posto come la vittima di un sequestro lampo… quasi tocca crederci. E tu stai lì e provi a chiederti, ma quando la mente non metabolizza, non va allo stesso tempo in cui viaggia la realtà, la verità – se così possiamo chiamarla – arriva dopo, arriva in ritardo. Senza giustificazioni.

Mi serve tutto quello che sto facendo?

Mio marito, mi manca?

Domani lo rivedrò. Ha detto che viene a trovarmi, anche solo per un giorno. Per vedermi, per capire.

Amore e irresponsabilità. Non mi è chiaro fino a che punto esiste il collante, l’alchimia, il nesso. Eppure sono convinta che per amare bisogna essere irresponsabili, ma bisogna anche capire verso chi è diretto, l’“amore”.

Verso l’altra persona? Verso noi stessi?

Credo che la perfezione richieda il doloroso sforzo di seguire entrambi. Ma di certo non possiamo prescindere dall’amare noi stessi.

Né esiste la perfezione.

Ecco, io non so bene quello che sto vivendo, né come lo sto facendo. Perché se ci deve essere dell’irresponsabilità nell’amare, allora non voglio adesso pensare a nulla. Alle conseguenze e, di certo, alle responsabilità.

Non mi scocciate. Non ditemi quello che devo fare, o come lo devo fare. Si aprirebbe una discussione futile che farebbe solo perdere tempo, riflettere, guardare di meno quello che adesso ho sotto agli occhi. E tutto questo si trasformerebbe poi in un dibattito su ciò che mi serve o non mi serve.

Perché, voi sapete subito tutto quello che è necessario? Sapete subito qual è la migliore mossa da fare, e come vi sentirete dopo che l’avrete messa in atto?

Ma un po’ di bontà per favore… Un po’ di bontà, ecco quello che serve. E anche dell’autocoscienza.

Mi trovo seduta su una moto potente, con i capelli accarezzati dal vento e alle spalle di questo tizio che conosco da circa 48 ore. Fra poco raggiungeremo casa sua dove riprenderò la macchina. È stata una serata speciale. Non voglio pensare al domani, ora. Non me lo merito. Sebbene, lo ammetto, vorrei che tutto si risolvesse con qualche strano tocco magico, come nel sogno di tante notti fa. O come le carte di un solitario dove, come per incanto, ognuna va al proprio posto coprendo ogni spazio rimasto, carta dopo carta, mossa dopo mossa, come per ordine divino.

Ma così è troppo facile. Così non funzionerà. Le carte, da mettere sul tavolo, non le prendiamo sempre dal mazzo. Perché non dimentichiamoci che a un tratto siamo noi che le dobbiamo scegliere, e calare giù.

No però, non è questo il modo. Così mi state facendo pensare. Preferisco guardare avanti, alla strada che maciniamo in moto. E godere delle note fresche del suo profumo.

Questo, adesso, è più che sufficiente.

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moto

Era tutto buio, intorno a noi, tranne quando passavamo davanti a qualche locale aperto o in qualche piazza del lungomare. Per il resto, dovevo solo fare attenzione ai capelli che mi andavano costantemente sugli occhi.

Io e Manuel stavamo facendo qualcosa di illegale. Quando aveva scoperto che non ero mai montata su una moto, ma solo su qualche motorino e per giunta tanti anni fa, mi aveva detto che avrei dovuto provare qualcosa di diverso. Subito, senza pensarci troppo, e soprattutto «senza casco». Anche lui avrebbe fatto ugualmente.

«Dai, un giretto di un quarto d’ora qua vicino» mi aveva detto dopo che eravamo tornati sotto casa sua, «così almeno vedi di cosa si tratta. Certo…» aveva alzato le mani «solo se ti va. Non voglio assolutamente forzarti».

A quel punto avevo fatto un sorriso di sorta, ma più che di sorta forse sembrava di resa. Alla sua Honda, anzitutto. E al rombo che faceva, alle vibrazioni che avrebbe trasmesso quel sedile, e all’idea di tagliare il vento in due, mentre si camminava veloci accanto al mare.

Io lo avevo guardato ancora un attimo. Poi avevo indossato il maglioncino che mi ero portata, e me l’ero abbottonato. Non servivano altri messaggi.

Montai. Lui accese la moto. Mi venne da sorridere, e da trattenere il fiato. Quando partì, ansimai per un istante per l’adrenalina che mi rimbalzava nello stomaco. E alla prima curva, giù per un vicoletto del borgo, un brivido inaspettato si arrampicò lungo la schiena. Chiusi gli occhi, mi feci leggermente indietro con la testa e mi lasciai trasportare. Manuel non andava veloce, ma a me sembrava quasi di volare, di essere sospesa nell’aria, di essere padrona della strada. Quando poi lui aumentò la velocità, le sensazioni continuarono a moltiplicarsi. Non sarei mai voluta scendere, quel “giretto di un quarto d’ora” per me sarebbe potuto durare tutta la notte. Non guardavo avanti, stranamente mi fidavo di chi conoscevo solo da pochi giorni, e che sapevo mi avrebbe riportata alla macchina al termine del “tour”. Forse sì, forse ero io quella che non voleva tornare, e allora provavo a godermi la strada, a contemplare il mare, macchiato da un tenue riflesso di una luna crescente.

Poi all’improvviso Manuel arrestò la corsa. Ma forse si trattava di qualcosa di previsto. Fermarsi e guardare quello che c’era davanti a noi da un punto inaspettato, sconosciuto, che non avremmo mai individuato se non grazie alla moto. Manuel aveva trovato una piccola zona di parcheggio, deserta e con al centro un lampione non funzionante. Ci sedemmo sul muretto che costeggiava il mare. C’era un certo vento che dava fastidio, l’indomani forse sarebbe stato brutto tempo. Davanti a noi un’ombra estesa fatta di sabbia, e poi il rumore delle onde. Pochi secondi e a entrambi venne da alzare il naso. Il vero spettacolo infatti era sopra di noi, il cielo brillava di stelle. Un tappeto puntellato di perline luccicanti che sarei rimasta per ore, imbambolata, a osservare, come se dovessero dirmi qualcosa. A me, che se per caso una di loro cadeva, in quel momento non avrei avuto il benché minimo desiderio da esprimere.

Io però continuavo a non avere paura. Se si fosse trattato di una tattica del ragazzo spagnolo per stamparmi un bacio sulle labbra, beh, di certo non sarei potuta scappare da sola sul litorale deserto, alle 11 di sera inoltrate. Ma sicuramente sapevo cosa gli avrei detto, e lo avrei fatto in modo gentile, garbato, senza dare spazio a eventuali altre possibilità.

«Questo ce l’hai anche in Spagna, no?» gli dico rompendo il silenzio di adorazione in cui eravamo sprofondati.

Manuel fa uno sghignazzo composto. «Sì, questo cielo ce l’abbiamo anche noi».

Ritorniamo nuovamente a osservarlo, in alto. Lui mi offre una sigaretta, poi si prende la sua. Ce le accendiamo e subito dopo Manuel riattacca a parlare. Mi dice l’ultima volta che era venuto nel posto dove stavamo. Era da solo, persino senza il padre. Si trattava di un fine settimana lontano da tutto e da tutti.

«Ma forse non lo ero davvero…», prosegue.  «Continuavo a pensare a Beatriz. Ora per fortuna l’ho rimossa. Lei mi ha tradito, adesso sta con un altro».

Io annuisco, non so cos’altro dire. Faccio un tiro di sigaretta.

«Ma vedi, alla fine credo che sarebbe successo ugualmente», aggiunge.

«Che lei sarebbe andata con un altro?».

«No. Che ci saremmo lasciati».

Lascio sospendere in aria le parole di Manuel, poi iniziamo una piccola dissertazione sulla vita, sulle dinamiche dell’amore e delle relazioni. Gli parlo anche un po’ di me, di mio marito, ma senza entrare troppo nel dettaglio. Non mi va proprio di farlo.

«Era lui al telefono, prima?», mi chiede.

«Sì».

«Anch’io farei altrettanto…» mi dice alzandosi. «Dai, torniamo alla moto, abbiamo sforato il nostro quarto d’ora almeno di dieci minuti».

Pochi secondi e siamo ancora sulla strada. L’aria ritorna a essere fresca, piacevole, mi distende il viso e l’umore. In certi momenti mi arriva dentro le narici un’essenza inaspettata, un profumo che proviene dal collo di Manuel. Mi sta a pochi centimetri, ma per pudore non voglio avvicinarmi con il naso. E sarà stato per colpa della velocità, o perché sono ancora agitata emotivamente da quel giro in moto, ma non riesco comunque a riconoscerne l’odore.

Però, lo confesso, è buono.

 

giusto-sbagliato

Il tono di Maurizio è abbastanza deciso, a tratti nervoso. Arrabbiato no, voleva solo saperne di più.

«Che succede Diletta? Sono giorni che ti sento strana… com’è la situazione da te, con tuo padre? Dimmi la verità».

Le sue parole mi alleggeriscono. Ancora mio padre. Per un momento faccio uno sforzo, mi giro, guardo Manuel che si perde con gli occhi sul mare davanti a noi. “Non sto proprio facendo nulla di male” penso, per ricordarmi che la mia anima è pulita, e che i problemi sono altrove.

«Va tutto bene Maurizio… credimi, va tutto bene. Mio padre sta meglio, e forse ciò che è accaduto mi deve aver un po’ condizionato».

«Un po’ condizionato?» all’improvviso lui alza il volume della voce. Adesso sì, Maurizio sembra arrabbiato. «Forse non te ne accorgi, ma è come se tu fossi sparita. Come se da questa parte del mondo non esistesse più nessuno. E non è solo una questione degli ultimi 2 o 3 giorni, è qualche settimana che avverto che qualcosa non gira come al solito. Che sta succedendo?». L’attenzione di mio marito si sposta e non riguarda più mio padre. Cerco di prendere aria, sento la gola secca, ho bisogno subito di un bicchiere d’acqua fresco che vedo lì, sopra il tavolo che divido con Manuel, ma che non posso avere, non ora almeno. Devo essere forte e mandare questa conversazione verso un porto sicuro. Dopo… Solo dopo potrò finalmente dissetarmi.

«Non sta succedendo nulla, Maurizio, te l’ho già detto. Non sta succedendo nulla… è che non ci voleva questo guaio con papà» gli ribadisco, senza deviare su altri argomenti, senza assecondare le sue parole che si riferivano ad altro, ad altro che riguardava solo me e, quasi certamente, la mia vita con lui in momenti ben lontani dall’infortunio di mio padre. Era una trappola, una trappola troppo rischiosa dove non dovevo cadere, altrimenti non ne sarei mai venuta fuori. Semplicemente, non era quello il momento per parlare di noi.

«Ma dove sei… sei a casa? Sento strani rumori in sottofondo» Maurizio mi chiede all’improvviso.

Camminando, ero finita su una passerella che portava in spiaggia, e dove dei bambini erano appena passati per andare a giocare in mezzo agli ombrelloni chiusi dello stabilimento. Probabilmente non mi ero accorta di qualche schiamazzo inopportuno passato attraverso il telefono.

Respiro e nel frattempo scuoto la testa.

«Stavo facendo una passeggiata per distrarmi un po’, niente di che».

«E hai mangiato?».

«Sì».

«E che hai mangiato?».

«… Del prosciutto e delle mozzarelle. Cena fredda, non ho molta voglia di cucinare, fa caldo anche qui».

«Ok. Domani vengo a trovarvi».

Appena sento quelle parole arresto la mia lenta camminata, e deglutisco. Forse non ho capito bene. Serro le mascelle. Per paura, cerco di controbattere con un tono deciso che, però, doveva sembrare anche interlocutorio.

«Ma no Maurizio, non ti stare a preoccupare. domani dimettono mio padre, e poi un altro paio di giorni e ritorno da voi… tu devi stare con Frances…».

«Domani vengo a trovarvi, poi ritorno qui da Francesco, non preoccuparti tu».

Mi giro verso Manuel, che mi osserva con aria preoccupata. Il mio pesce si sarà certamente freddato. E mi rendo conto che fare muro, in questa situazione, sarebbe stato assolutamente controproducente.

«Va bene Maurizio, ok. Domani ti aspetto. Ma forse è meglio che ci raggiungi all’ospedale, io sarò lì per le 11».

Gli dico così per… bah, a dire il vero non lo so nemmeno io. Forse perché in quella situazione, con mio padre ricoverato, avrei voluto vederlo il meno possibile. O forse per altro, che in quel momento non riesco neanche ad avere ben chiaro.

Ma credo che il succo fosse solo quello di avere più tempo per me e basta.

tramonto

In effetti su una cosa io e Manuel eravamo d’accordo. Nessuno dei due quella sera aveva voglia di cucinare. Lui veniva in Italia solo per poche settimane in estate, ma il posto dove mi ha portato lo conosceva abbastanza bene, come se fosse un cliente abituale. Io, pur abitando non troppo lontano da qui, non ne avevo mai sentito parlare. Con il padrone del ristorante si erano appena dati del “tu”. Il tizio poi ci aveva fatto sedere su un tavolo non lontano dalla spiaggia, vicino a pochi altri privilegiati, liberi in quel momento ma col cartellino della prenotazione sopra. Dietro di noi una schiera di altri tavoli, di cui la maggior parte occupati da clienti che sembravano studiarci con una certa invidia per il posto che ci aveva assegnato.

Per capire però il grado di invidia bastava girarsi: il sole stava tramontando e, sebbene dietro un po’ di foschia, ci stava regalando una bellissima immagine.

«I tramonti li abbiamo anche in Spagna» mi dice Manuel rimanendo con gli occhi fissi davanti, mentre prendiamo posto «ma qui mi sono molto più belli».

Ecco, questo sarebbe stato il massimo del “romantico” che avrei sentito dire dal ragazzo italo-spagnolo per tutta la durata della cena. Ad esempio, in quel caso specifico avrebbe potuto dire che i tramonti, come quello che stavamo guardando insieme, erano “speciali”, oppure “unici”, o che magari gli faceva piacere guardarlo insieme a me in questo momento difficile della sua vita, con il padre malato e ricoverato in ospedale per chissà quanti giorni.

Invece niente di tutto ciò.

Stava quindi eseguendo la parte del bravo-ragazzo-innocente, Manuel, senza mettermi in difficoltà più di quanto, probabilmente, io lo avevo già fatto con me stessa. Ma al di là di tutto, al di là di quello che avremmo mangiato (qualche antipasto crudo e, poi, del pesce al forno in crosta di patate) il problema serio sarebbe arrivato esattamente alle 9.40, quando avevamo quasi terminato il pesce.

A quell’ora infatti il cellulare aveva cominciato a squillare.

In quel momento afferro il telefono, maledicendo col pensiero mio fratello. Non poteva che essere lui. Poi guardo il display, e rimango interdetta. Allo stesso tempo una lama fatta di ansia mi taglia in due. “Ma come è possibile?” rifletto.

Il primo pensiero va a Francesco, gli deve essere successo qualcosa. Un attimo dopo mi ritrovo un poco più in là, a camminare sulla sabbia fresca, e ad ascoltare le sue parole che confermavano la profonda infondatezza dei miei dubbi.

make-up

A un tratto ho dato un’occhiata al cellulare. L’ho scorso, tra i vari messaggi che avevo ancora in memoria.

Niente.

Poi ho fatto una verifica anche tra le e-mail. Erano molte di più, quindi non sono stata troppo a guardare, giusto il mittente e l’oggetto, senza entrare nei dettagli del contenuto.

Ma niente anche lì.

Nei miei 41 anni di vita, ho sentito più di una volta qualcuno dire che tutti noi abbiamo sempre qualcosa da nascondere. Qualcosa che sarebbe meglio che non venisse visto o letto da parte degli altri, soprattutto dal nostro partner. Un’e-mail di un pretendente, un messaggio scherzoso di un collega.

Ecco, devo essere sincera. Io, di tutto questo, non ho nessuna traccia. Non ho proprio nulla da nascondere, a mio marito. Nulla di cui lui non si fiderebbe, nulla che rappresenta un mistero, qualcosa da cui fuggire, o qualcosa verso cui, fuggire. Un ricatto, una paura o una palla al piede.

Però non penso che sia per questo motivo che alla fine ho fatto quello che ho fatto. E a dire il vero non lo so proprio, perché è accaduto, e perché gliel’abbia proposto proprio io. A 41 anni ritengo che, se si va fino in fondo, esiste una risposta per tutto. Solo che non sappiamo esattamente quando questa arriva.

E io per il momento non voglio farla arrivare.

Posso essere così, irresponsabilmente incosciente da non chiedermi, da non pensare?

Sto andando a cena con uno sconosciuto. Per giunta è stata una mia idea. E allora? Voglio conoscere il senso che fa. Non mi è mai accaduta una cosa simile in 13 anni che sto con Maurizio. Ovvio, non sono la donna-santa-perfettina. Ho tradito, nella mia vita. L’ho fatto una volta, tantissimi anni fa, ma si trattava di una relazione che era già finita, anzi, che continuava solo nell’immaginario mio e del fidanzato di allora. Perché è vero: quante cose accadono solo nella testa e che sono semplicemente realtà parallele.

Forse ho detto una cosa scontata? Magari sì. Allora scusatemi. Però diciamolo pure: è la cosa scontata, a essere più difficile da accettare, perché proprio nella nostra testa si forma la ragione, il motivo di essere, ciò che speriamo, che vogliamo sia nostro, ciò a cui tendiamo.

E se invece si tratta di una realtà che non esiste… allora che succede? Di che parliamo? Dove ci troviamo? Il trauma è forte. Perché non c’è una seconda scelta, a meno che non siamo abbastanza bravi a farcene un’altra, sempre da soli, e sempre nella nostra testa.

Io stasera non sto facendo nulla di male. Io stasera voglio cenare, e senza cucinare. E non voglio mangiare da sola, né con mia madre che mi rompe le palle con “chissà quando papà ritornerà a camminare bene”.

Ecco: io stasera non voglio preoccuparmi per nessuno. Voglio avere tutto il tempo per me. Ve li ricordate i 4 secondi che aspettavo in ascensore prima di arrivare al piano, dove immaginavo di essere padrona completa della mia vita? Ve l’ho raccontato proprio nel primo capitolo di questa storia. Ebbene, oggi ho deciso di essere padrona di me stessa per più di 4 o 5 secondi.

Passerò da casa, mi darò una rapida truccata e mi chiuderò la porta del cancello dietro le spalle. La devo dire tutta? Non voglio preoccuparmi neanche di mio figlio. Per Francesco basterà una chiamata fra poco, prima di uscire.

Aria.

paella

Manuel parcheggia la moto, una Honda un po’ impolverata, accanto alla macchina di mia madre che, per l’evenienza, in questi giorni guido io.

«Le dovresti dare una ripulita» gli dico senza mezzi termini, indicandola.

Lui ammette. «È vero. Ha un po’ di anni, ma ancora funziona bene».

In effetti, quando Manuel mi si metteva accanto sulla strada, si sentiva la sua moto ruggire anche a bassa velocità. Non era un modello sportivo, ma comunque era elegante, bordeaux e nera, sembrava robusto. Una moto che ti porta ovunque e in poco tempo, per intenderci.

Io non ne capisco nulla, né sono mai salita su uno di questi bolidi, ma l’effetto che mi trasmetteva era proprio questo.

«È tua?» gli chiedo incuriosita.

«Sì. Ne ho un’altra in Spagna. Però è fantastico girare per le campagne italiane in moto perciò, un giorno di un paio di anni fa, ne ho comprata una di seconda mano a Saragozza e ci sono venuto fin qua. La lascio nel piccolo garage che abbiamo sotto casa. Ogni tanto il vicino, appassionato anche lui di motori, va a darle un’occhiata. Ha le chiavi, se vuole può farci anche un giro per tenere il motore allenato».

Nel frattempo io e Manuel entriamo nel supermercato. Prendiamo ciascuno due cestelli e cominciamo a girare per metterci dentro dei viveri. Dopo un po’ io ho il cestello mezzo pieno, lui invece lo ha riempito solo di bottigliette di acqua, pomodori e un paio di petti di pollo.

«Immagino che tu non abbia molto appetito in questi giorni» gli faccio sapendo di andare a colpo sicuro.

«No… Ma la verità è che non mi va molto di cucinare. Io lo faccio solo quando sono di buon umore».

«E sai cucinare?».

«Sì… O meglio, abbastanza, soprattutto la paella. Un paio di volte l’ho fatta anche al ristorante, ma lo chef si arrabbia perché pare che la mia sia molto più buona della sua».

«Davvero? Pensa, io non ne ho mai mangiata una» gli dico. Poi, subito dopo, mi mordo la lingua. Senza accorgermene avevo dato al ragazzo una ghiottissima opportunità per farsi avanti con me, con la più classica delle frasi tipo Possiamo mangiarne una insieme, oppure Quando vuoi, sei invitata a casa e te ne preparo una espressa.

Gli uomini, spesso, fanno così.

Invece Manuel azzarda un sorriso e glissa. «Vedrai che prima o poi l’opportunità capiterà anche a te» mi ribatte senza troppo pensare.

«Ma la tua casa dov’è, esattamente?» torno a parlargli mentre ci mettiamo in fila alla cassa.

Il ragazzo allora mi dà qualche indicazione. La casa è a 10 chilometri dalla costa, in un piccolo borgo dove ci sono solo una ventina di altre abitazioni. Lì intorno si trovano giusto dei contadini che producono insalate e altri prodotti della terra, mentre il borgo si riempie nei weekend o durante l’estate. Alle 8 di sera però già non si vede più un’anima in giro.

«Già è tanto se abbiamo luce e acqua» scherza.

Io gli annuisco. Sono sempre rimasta affascinata dai piccoli borghi italiani. Ma forse anche dalle gite in moto che, al pari della paella, non ho mai provato. Mentre della paella, invece, non saprei. Ma credo che neanche mi importi più di tanto. La cucina italiana mi soddisfa alquanto, soprattutto quella che faccio io.

Dopo poco usciamo dal supermercato e ci dirigiamo ai rispettivi mezzi di trasporto. In un quarto d’ora siamo di ritorno all’ospedale. Manuel caccia un sorriso meraviglioso appena rivede il padre. Lui prova a fare lo stesso con il figlio, ma per la fatica dell’intervento non gli riesce così bene e fa un paio di rantoli con la bocca. Io mi avvicino a mia madre. Do un’occhiata a mio padre, sembra tutto a posto. Poi la avviso che, dopo averla riaccompagnata a casa, userò la sua macchina per fare dei giri.

Lei si irrigidisce, fa un’espressione preoccupata che quasi mi spiazza. «E se succede qualcosa e dobbiamo correre in ospedale?» mi chiede scuotendo la testa.

«Tranquilla mamma» la tronco immediatamente «papà domani esce. E stasera non succederà proprio nulla di preoccupante».

strada

Se c’è una cosa che adesso proprio non mi va è di discutere. Mio marito è fatto di coccio: gli ho chiesto espressamente, in questi giorni, di prendersi cura di Francesco mentre sono al mare, e di lasciarmi fare “la figlia”. Sia perché è il mio compito, sia perché lo devo fare impegnando il 100% del mio tempo. Mentre nessuno sa dire se mio padre tornerà a camminare, io devo essere al completo servizio della mia famiglia. Anche perché, lo abbiamo visto, mio fratello se ne sta tranquillamente in Val d’Aosta e ci farà la grazia di venirci a trovare chissà quando. Il fatto è che non voglio intralci, questo è il messaggio sottinteso a tutta la storia. Sarà forse una sintesi un po’ immediata, che sarebbe meglio non spiegare. Eppure mi tocca discutere di nuovo sugli stessi argomenti, anche la sera dell’intervento.

Quando non vuoi capire, devi sempre fare uno sforzo in più. E, per chi te lo deve spiegare, lo sforzo è triplo: perché bisogna parlare in modo deciso, ma educato. Però non basta. Perché poi bisogna anche trattenere i nervi e rimanere concentrati (cosa alquanto complicata, visto che adesso i miei pensieri sono dedicati a ben altro). E infine bisogna accettare il fatto di aver impiegato del tempo, ancora, a spiegare qualcosa su cui ero stata chiara.

Forse lui mi vuole solo del bene e vuole stare con me in questo momento?

Non so, ma poche storie. Gli ho detto che va bene così, e che è più importante che lui stia con Francesco.

Evidentemente però sono brava. E tenace. E con qualche piccolo sforzo e un paio di profondi respiri, riesco di nuovo a ottenere il risultato. Al ritorno a casa sono stata al telefono con lui solo mezz’ora, per spiegargli di nuovo tutto quello che mi sembrava già condiviso, conosciuto e compreso.

Quando arriva il giorno seguente, sembra davvero un altro giorno. Appena giunta all’ospedale insieme a mia madre, vedo mio padre che parlotta con Manuel. È abbastanza vivace, gli avevano tolto la flebo. Io e mia madre ci avviciniamo a lui, lei gli fa le solite domande di rito. «Come stai?», «Hai mangiato?», «Hai dormito?».

Io mi giro verso il ragazzo spagnolo. «Tu non hai dormito, dì la verità…». Poi guardo suo padre che, a differenza del mio, ancora non avevo sentito parlare. E neanche oggi mi sembrava propenso a farlo.

Manuel scuote la testa, guardandomi mentre mi avvicino.

«Com’è andata la notte? Come sta tuo padre?» gli chiedo.

«È stabile… Ma è ancora presto per dirlo».

«I medici non ti hanno detto nulla?».

«Ancora no, il primario è dall’altra parte dell’ospedale…».

Annuisco. Do un’occhiata ai miei genitori. In quel momento parlottano del clima, del vento che aveva tirato la notte passata e di altre frivolezze.

«E tu, invece, come stai?» mi rivolgo di nuovo a Manuel.

Il ragazzo abbassa leggermente il capo. «Diciamo che è passata la notte» aggiunge in tono abbastanza risolutorio. Rimane poi in silenzio e torna con gli occhi sul padre. Ma immagino che più di questo non possa dirmi, né meglio di così possa sentirsi.

«Ma almeno hai mangiato qualcosa ieri? E stamattina? Hai fatto colazione?» mi rifaccio sotto in preda a uno strano quanto inaspettato senso di affetto materno verso il ragazzo trentacinquenne di Saragozza.

«Qualcosa sì… qualcosa ho mangiato» prova a imbastire una risposta, che sa però di bugia. «Oggi devo comprare un po’ di cibo, perché non ho fatto in tempo nei giorni scorsi e non ho più nulla a casa».

Gli sorrido. “Meglio così”, penso. Torno poi dai miei, a sentire se ci sono novità. Papà mi sembra che abbia trovato la giusta spinta per affrontare il momento. Ciò mi fa sentire più leggera, soprattutto nei confronti di mia madre, che all’inizio sembrava non darsi pace dell’accaduto.

Pochi attimi dopo arriva un’infermiera. Ha un passo deciso, guarda prima a noi.

«Signor Gregoretti?» fa con tono sbrigativo.

«Sì» le risponde Manuel, nascosto all’angolo della stanza.

La infermiera lo informa che il padre ha dormito bene, ma che bisogna attendere le prossime ore per vedere come procede la fase postoperatoria. La donna aggiunge poi che il primario sarebbe venuto non prima delle 13.

Il volto di Manuel si incupisce immediatamente.

«Così tardi?» azzarda un commento.

«Purtroppo non so cos’altro dirle» gli aggiunge prima di andarsene con la stessa rapidità con cui era arrivata.

Cala un silenzio gelido nella stanza. Manuel ha l’espressione di chi si ritrova impotente, senza risorse, a immaginare vie d’uscita che al momento non si mostrano. Noto nel suo sguardo una specie di remissione che sa di sconfitta senza appello. Guardo suo padre, che ha gli occhi fissi sul figlio. Lui sì, a differenza del mio, ha ancora la flebo inserita nel braccio.

«Solo un po’ di pazienza ancora, papà», il ragazzo prova a tranquillizzarlo. Poi noto che guarda l’orologio. «Vista l’ora, vado a comprare quello che ci serve. Qualcosa da mangiare per me, e un po’ di fazzoletti e acqua per te, che il bar dell’ospedale è carissimo».

Il padre annuisce, senza aprire bocca.

«Chissà se il supermercato che conoscevo qua vicino c’è ancora» riflette il figlio ad alta voce mentre raccoglie il cellulare e delle chiavi poggiate su un tavolino vicino.

«Non ti preoccupare» mi inserisco all’improvviso tra i suoi pensieri. Noto che nel frattempo mia madre si gira sorpresa verso di me. «Conosco un posto non lontano da qua dove c’è roba buona e a poco prezzo. Anch’io devo fare la spesa. Se vuoi ti accompagno».