Minirotaie

Regarding life course and its intersections

giusto-sbagliato

Il tono di Maurizio è abbastanza deciso, a tratti nervoso. Arrabbiato no, voleva solo saperne di più.

«Che succede Diletta? Sono giorni che ti sento strana… com’è la situazione da te, con tuo padre? Dimmi la verità».

Le sue parole mi alleggeriscono. Ancora mio padre. Per un momento faccio uno sforzo, mi giro, guardo Manuel che si perde con gli occhi sul mare davanti a noi. “Non sto proprio facendo nulla di male” penso, per ricordarmi che la mia anima è pulita, e che i problemi sono altrove.

«Va tutto bene Maurizio… credimi, va tutto bene. Mio padre sta meglio, e forse ciò che è accaduto mi deve aver un po’ condizionato».

«Un po’ condizionato?» all’improvviso lui alza il volume della voce. Adesso sì, Maurizio sembra arrabbiato. «Forse non te ne accorgi, ma è come se tu fossi sparita. Come se da questa parte del mondo non esistesse più nessuno. E non è solo una questione degli ultimi 2 o 3 giorni, è qualche settimana che avverto che qualcosa non gira come al solito. Che sta succedendo?». L’attenzione di mio marito si sposta e non riguarda più mio padre. Cerco di prendere aria, sento la gola secca, ho bisogno subito di un bicchiere d’acqua fresco che vedo lì, sopra il tavolo che divido con Manuel, ma che non posso avere, non ora almeno. Devo essere forte e mandare questa conversazione verso un porto sicuro. Dopo… Solo dopo potrò finalmente dissetarmi.

«Non sta succedendo nulla, Maurizio, te l’ho già detto. Non sta succedendo nulla… è che non ci voleva questo guaio con papà» gli ribadisco, senza deviare su altri argomenti, senza assecondare le sue parole che si riferivano ad altro, ad altro che riguardava solo me e, quasi certamente, la mia vita con lui in momenti ben lontani dall’infortunio di mio padre. Era una trappola, una trappola troppo rischiosa dove non dovevo cadere, altrimenti non ne sarei mai venuta fuori. Semplicemente, non era quello il momento per parlare di noi.

«Ma dove sei… sei a casa? Sento strani rumori in sottofondo» Maurizio mi chiede all’improvviso.

Camminando, ero finita su una passerella che portava in spiaggia, e dove dei bambini erano appena passati per andare a giocare in mezzo agli ombrelloni chiusi dello stabilimento. Probabilmente non mi ero accorta di qualche schiamazzo inopportuno passato attraverso il telefono.

Respiro e nel frattempo scuoto la testa.

«Stavo facendo una passeggiata per distrarmi un po’, niente di che».

«E hai mangiato?».

«Sì».

«E che hai mangiato?».

«… Del prosciutto e delle mozzarelle. Cena fredda, non ho molta voglia di cucinare, fa caldo anche qui».

«Ok. Domani vengo a trovarvi».

Appena sento quelle parole arresto la mia lenta camminata, e deglutisco. Forse non ho capito bene. Serro le mascelle. Per paura, cerco di controbattere con un tono deciso che, però, doveva sembrare anche interlocutorio.

«Ma no Maurizio, non ti stare a preoccupare. domani dimettono mio padre, e poi un altro paio di giorni e ritorno da voi… tu devi stare con Frances…».

«Domani vengo a trovarvi, poi ritorno qui da Francesco, non preoccuparti tu».

Mi giro verso Manuel, che mi osserva con aria preoccupata. Il mio pesce si sarà certamente freddato. E mi rendo conto che fare muro, in questa situazione, sarebbe stato assolutamente controproducente.

«Va bene Maurizio, ok. Domani ti aspetto. Ma forse è meglio che ci raggiungi all’ospedale, io sarò lì per le 11».

Gli dico così per… bah, a dire il vero non lo so nemmeno io. Forse perché in quella situazione, con mio padre ricoverato, avrei voluto vederlo il meno possibile. O forse per altro, che in quel momento non riesco neanche ad avere ben chiaro.

Ma credo che il succo fosse solo quello di avere più tempo per me e basta.

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