Minirotaie

Regarding life course and its intersections

Q.B.

 

Non dovrei avere questo dubbio. Eppure ogni tanto ci penso.

Ho speso qualche anno della mia vita appresso a un progetto che segue l’idea, l’ispirazione, il mantra del perfetto equilibrio. Del, come diceva lo sciamano di “Mangia, prega, ama”: “né troppo io, né troppo Dio”.

E insomma, il “giusto”. Perché la verità è nel mezzo. E si aggiunge sale “quanto basta”.

Appunto, “Q.B.”. Proprio il titolo del mio primo romanzo, una storia che ha, come file-rouge, la cucina e l’amore per il cibo e per… l’esprimersi attraverso gli ingredienti.

A distanza di tanto tempo (l’ho scritto praticamente nel 2011) ogni tanto mi chiedo se possa essere sempre la via maestra. Se bisogna agire cercando quella direzione, oppure se invece bisogna andare verso gli eccessi. Verso l’ebrezza avuta da un piacere intenso, fortissimo, fuori dal normale… O verso il rischio di vincere, ma anche di ricevere la più grande sofferenza, che alla fine ti insegna, ti cambia, ti forgia.

E allora: si può avere tutto questo “quanto basta”?

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Sarò stato almeno mezzora sotto la doccia. Senza chiedermi nulla, semplicemente sentendo.

Lasciando che i pori saggiassero il vapore dell’acqua bollente.

E’ un momento che dovrebbe essere cristallizzato, quello della doccia. Qualcuno dovrebbe attivarsi per riconoscerlo come diritto assoluto fondamentale dell’umanità. Ed è un passaggio che troppo spesso, per la fretta, ci perdiamo.

So che sta per arrivare l’inverno, quello vero. Un po’ si comincia ad avvertire, l’aria non è solo più umida, è anche più fredda.

Fortuna che c’è casa.

Non so se alla fine questo inverno sarà un lungo inverno. Io non sono troppo meteoropatico, anzi. Il buio non mi dispiace, e l’estate non mi sta troppo simpatica.

La cosa bella è che siamo entrati nella vera attesa dell’allungamento delle giornate. di quel momento che sembra sospeso in un tramonto lunghissimo.

Vi vedo già più contenti.

Meritatevelo.

Tramonto comp

Lo so, mi è andata bene. Torno domani in ufficio dopo una decina di giorni di vacanze. Ferie finite.

E domani si ricomincia. O meglio, si comincia l’anno.

Fra poco siamo già a metà del primo mese. Ecco che arrivano le vacanze di pasqua poi, per risparmiare, c’è già chi penserà a quelle estive.

Che cosa? Avete già messo via l’albero di Natale?

Ehm… No, siete ancora in tempo. Non lo fate. Mettetelo in un angolino, dove non dà fastidio e… vi abituerete. A vederlo, anche a parlarci nei vostri momenti di solitudine. E anche i vostri amici, che verranno a cena da voi, si abitueranno.

Vi chiederanno “Ma come, hai ancora l’albero di natale in casa?”.

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Basket

La pelle d’oca. Il brivido che ti percorre lungo la schiena e che risveglia le vertebre, una ad una, dall’osso sacro fino alla cervicale.

Le farfalle che svolazzano dallo stomaco al cuore alla testa.

Tutto questo si chiama adrenalina.

L’adrenalina è come una pillola magica che ti fa volare nel tempo. E’ bellissima. Ma a volte ti fotte. E’ fonte di perfetto “rincoglionimento”, di un sequestro emotivo che, al di là del poter essere sano o non sano, ti fa volare. E volare fa bene, fa sentire bene. Anche quando la realtà è giù, in fondo, in basso, dove tutto il resto aspetta e vive la propria giornata reale.

Io in quella palestra, ieri pomeriggio, ci sono capitato per caso. L’ultima volta è stato 17 anni fa, quando allenavo. Prima ancora, sempre in quella palestra, ero arrivato persino ad allenarmi con la serie D della squadra dove giocavo. Avevo 18 anni, e il basket era un gioco che volevo fare mio, ma che tanto non mi sarebbe mai appartenuto. Il perché, oggi, non ha importanza. A distanza di tanto tempo non posso arrovellarmi intorno a qualcosa che non ha più importanza.

Ma l’adrenalina che ho provato nei primi 10 minuti della partita che ho visto ieri, me la porto ancora dentro. E’ come se si fosse risvegliata una parte di me che era andata in letargo.

Ed è una parte che non si smarrisce mai.

La squadra dove giocavo oggi non esiste più. Al suo posto, da qualche anno, ce n’è una femminile. E ogni volta che segnavano le ragazze di casa, ecco che esplodeva un fragore incredibile, proveniente dalle panche dove si erano messe le persone a guardare la partita.

A un tratto mi sono affacciato da dietro la colonna dove stavo. Saranno state una ventina di persone.

Ma quando si facevano sentire sembravano un migliaio.

Ma così è lo sport. Così è quella palestra, anche se quando giocavo io, tutto questo frastuono accadeva raramente. E quando accadeva, sembrava appunto di stare in mezzo a una finale in mondovisione.

Ecco perché, sempre ieri, sarei voluto entrare in campo con tutte le mie forze. E aiutare le ragazze, chiacchierare con l’arbitro, dire alla n. 35 che doveva tirare e non solo passare la palla, ma soprattutto godersi il momento del canestro.

Mi sono sentito “libero”, in questo pensiero. E penso che lo sport, come l’arte, sia proprio così.

Libertà incondizionata piena di adrenalina pura.

Sono tornato a casa da poco dopo una lunga chiacchierata insieme a un mio caro amico, conosciuto anni fa grazie a un’esperienza di lavoro all’estero. Lui, che di lavoro (per rimanere volontariamente vaghi) fa l’uomo “internazionale”, mi parla spesso di quanto sia bella la vita lontana dal nostro paese.

E questo entusiasmo, ogni volta che incontro il mio amico, lui me lo trasmette come se fosse la prima volta che mi parla del suo lavoro o della sua vita (sebbene ne ha tante, di gatte da pelare fino all’osso).

Ma il problema è un altro.

Perché alla fine, con gli occhi che ormai mi si chiudono e il pensiero fisso alla sveglia di domani, esattamente fra 6 ore, ho giusto qualche rimasuglio di forza per chiedermi:

  • se noi italiani dobbiamo, per qualche motivo culturale, essere legati per forza al nostro luogo di origine. Da cui, perciò, non c’è modo di muoversi. Come una mano invisibile che ci afferra e ci costringe a rimanere immobili;
  • se è vero che gli italiani si sanno adattare meglio di tanti altri a situazioni difficili, e allora perché – continuo a chiedermi – non mettono in pratica questa dote andando con più determinazione fuori dai propri confini;
  • se gli italiani sono banalmente legati al concetto di lavoro a tempo indeterminato e, dovunque questo si trovi (ovviamente in Italia), si decida di mettere radici (vanificando così alcune nostre qualità da esportare – da quelle creative a quelle intuitivo-organizzative – che ci farebbero brillare ovunque).

Non saprei.

O forse sì. Magari io una mezza risposta ce l’ho.

So infatti che i tempi e i modi stanno cambiando. Che molta gente scappa via, senza aspettare ricette miracolose dei nostri politici (chiunque essi siano).

So anche che se si trova un lavoro a tempo indeterminato vicino alla famiglia, tutto ciò è “meglio” rispetto a qualsiasi altra soluzione.

E so infine (o, almeno, immagino di sapere – ma questo vale anche per gli altri due punti di cui sopra -) che i tempi italiani sono “biblici”, tranne per le cose che si vogliono fare davvero.

Che poi, molte di queste cose, spesso sono semplicemente delle magagne, dei favori da fare o altri da ricevere.

Per quelli sì, non c’è mai tempo da perdere. Per risolvere un problema già accaduto o fare qualche favore a qualcuno, gli italiani sono dei maestri.

Tanto che gli altri, vi assicuro, provano anche a copiarci. E a dir la verità, ce la fanno pure.

Ma poi noi troviamo sempre un nuovo modo per eccellere.

Per essere davvero un paese di “riferimento”.