Minirotaie

Regarding life course and its intersections

Vi capita mai di avvertire uno strano sapore in bocca, che il più delle volte corrisponde al desiderio di qualcosa da mangiare o da bere?  Ecco, a me capita molto spesso. Ed è una sensazione che spazia dalle bistecche al sangue, alle patatine fritte, alle mandorle tostate e caramellate, ai rigatoni alla carbonara.

Stamattina, quando mi sono alzato, avevo voglia di Lemonsoda. Sì, proprio quel drink giallognolo  abbastanza friccicoso dal sapore di super-limone, con dentro (finti o veri poi, non so) anche dei frammenti di polpa (sempre di limone), giusto per rendere il tutto appunto più… veritiero.

Che cosa c’entra tutto questo con il post che sto scrivendo? E cos’ha a vedere, sempre questo post, con uno degli ultimi giorni di inverno di questo 2015? Avrei capito se avessi parlato di cioccolata calda, ma che diavolo c’entra la limonata?

Dai, un attimo di pazienza.

Stasera sono andato insieme a una coppia di amici (Giorgio e Cristina) alla festa di una loro amica (Aura).

E fin qui, tutto bene.

Perché alla festa ci siamo arrivati, solo che… Solo che, appena giunti alla piazzetta dell’indirizzo segnalato, sbaglio: giro a destra, e imbocco una discesa.

“Ma porc!”, esclamo con un certo fastidio.

Non c’è problema (apparentemente). Continuo giù per la discesa mettendo a fuoco la strada per vedere se, all’orizzonte, si scorge uno slargo per fare inversione. Sì, lo slargo c’è, è solo 10 metri più avanti. Mi preparo per fare manovra.

Mi allargo. Forse un po’ troppo.

Nel farlo, con la ruota anteriore destra becco un bordo sporgente del marciapiede. Sento l’urto, la macchina fa un balzo.

“Ma che cazz…”, mi viene da dire, e poi mi fermo. Attendo un attimo, la macchina è ancora in funzione. Solo un piccolo spavento. Abbasso il finestrino, metto la testa fuori e guardo Giorgio che mi aveva seguito. Lui sorride. “Pivello”, avrà pensato.

Facciamo inversione e ritorniamo indietro. Dopo essermi parcheggiato, per scrupolo, do un’occhiata alla gomma incriminata. E’ completamente a terra.

A terra cazzo!

Guardo Giorgio, allargo le braccia in segno di resa. Gli mostro l’accaduto e sbuffiamo entrambi. Arriviamo alla festa, nel frattempo prendo accordi con il mio amico. Avremmo fatto passare un’ora, un’ora e mezza, e poi saremmo tornati alla macchina per cambiare la ruota.

Così accade. Appena usciamo dal locale, logicamente piove a dirotto.

Bene. Queste cose, d’altronde, non capitano mai di domenica, quando non hai nulla da fare, il cielo è terso e gli uccellini fischiettano. Non è mai così.

Arrivati alla macchina, appoggio l’ombrello per terra e tiro fuori la ruota di scorta. Giorgio comincia ad armeggiare con il kit dell’occorrente (cric, chiave per svitare i bulloni, ecc).

Nel buio quasi più totale di quella piazzetta mi avvicino alla ruota incrimanata e ci appoggio vicino quella di scorta. In quegli stupidi, innocenti 10 passi, trovo anche il modo di infilare completamente un piede dentro una pozzanghera.

Ma non fa nulla. Davvero.

Osservo la situazione. No, impossibile lavorare in queste condizioni, non ci avremmo visto un’acca. Poggio il ruotino per terra, monto in macchina e, con la massima cautela, faccio retromarcia per mettermi in un angolo più comodo e illuminato della piazza.

Continuo quindi a indietreggiare. Esco dal parcheggio a spina e mi metto in orizzontale. Guardo Giorgio. All’improvviso il mio amico sbotta a ridere a crepapelle.

A quel punto il mio nervosismo diventa una sobria incazzatura.

“Che cosa ridi Giorgio, cosa ridi!”, gli urlo da dentro la macchina. Lui mi indica qualcosa che non capisco.

Quando scendo scopro che, facendo retromarcia, sono passato con la macchina sopra l’unico ombrello che avevo.

“Ma porca puttana!”, impreco rivolgendomi al cielo, con le gocce di pioggia che mi entrano negli occhi.

Fortuna che, (1), Giorgio ha con sé un ombrello persino più grande del mio, e (2) faccio una prova: il mio si apre con qualche minima difficoltà, ma grazie a Dio è ancora in vita.

Ci mettiamo all’opera, e in pochi attimi Giorgio allenta i bulloni e io posiziono il cric sotto la macchina. Pare funzionare. Comincio allora a girare la manovella. E’ fatta apposta, serve l’ausilio di entrambe le mani per essere davvero efficaci.

“1-2; 1-2”, mi dico per darmi un ritmo. Ma vado come un treno. Inspiro con il naso ed espiro con la bocca. Giorgio è solidale con il mio sforzo. “Sembra come se tu stessi in barca, hai presente quando si vedono in tv quelli dell’America’s cup che cambiano le vele?”, mi dice coraggiosamente.

Sì, coraggiosamente. La pioggia ancora batte forte, il vento è alquanto fastidioso e Giorgio fa le battutine alle 10 di sera davanti alla mia ruota sfondata da uno spigolo del marciapiede.

Ma come fai a non volergli bene.

Dopo poco la macchina è alzata a sufficienza, Giorgio sfila e cambia la ruota. Sembriamo gli uomini della Ferrari al momento del pit-stop. Solo che gli uomini della Ferrari non hanno bisogno della lucina del cellulare per lavorare. Noi invece sì, altrimenti non ci si vedrebbe un tubo e sarebbe impossibile far combaciare i buchi della ruota nei rispettivi ganci di attacco.

Ah, non ve l’avevo detto. La batteria del mio cellulare segnalava “Punto esclamativo”. Tanto che, giusto il tempo di montare il pneumatico e spira, definitivamente.

Il lavoro è stato fatto, rientriamo alla festa. Ho le mani come quelle di un meccanico che ha appena cambiato il motore a una macchina. Perfetto. Dentro è ovviamente il momento dei regali. Baci, abbracci e cotillones. Decido subito di andare al bagno ma, purtroppo, in quello degli uomini non c’è il sapone.

Evviva.

Riesco, mi guardo intorno. Ascolto. Non viene alcun rumore da quello delle donne. Mi ci fiondo dentro, rubo il flaconcino del sapone e ritorno nel bagno degli uomini. Faccio tutto quello che devo fare e, al momento di ritornare alla festa, scopro che la festeggiata ha scartato i regali e la gente ha ricominciato a ballare.

Sono stanchissimo. La bocca è asciutta. Cerco Giorgio che sta adesso vicino Cristina a parlare con alcuni amici . Ma lo spazio che divide le loro teste mi basta, mi è sufficiente per scorgere cosa c’è sopra il tavolo delle bevande, in fondo alla sala.

Una cazzo di Lemonsoda!!

Non ci potevo credere. Mi affretto e comincio ad avvicinarmi a passi lunghi verso il tavolo. Vedo un tizio che all’improvviso gravita intorno alla bottiglia.

No!

Vado ancora più veloce, do persino uno spintone a qualcuno che, involontariamente, si mette in mezzo alla strada. Il tizio, per sua fortuna, si dirotta verso il Chinotto.La Lemonsoda è libera.

La prendo, la verso nel primo bicchiere che trovo, forse è persino usato ma a quel punto chi se ne frega.

Me la avvicino alla bocca, la bevo. Aaahh… è fresca, friccicosa, e buona. C’è un retro-odore di grasso nell’aria, il sapone del bagno delle donne forse non è stato poi così efficace e le mie mani sono ancora impregnate di qualcosa che, a quel punto, neanche mi importa più. So solo che quello è un momento che va goduto perché atteso da troppo tempo e, mentre sorseggio, ripenso al ticchettio delle gocce sulla schiena mentre ero accovacciato accanto alla mia macchina, e sembravo uno del team Luna Rossa impegnato a fare una manovra difficilissima dell’America’s  cup.

Forse stavolta sarò scontato. Ma c’è poco da fare: più si va avanti e più si diventa esigenti. E più si cerca la favola per cambiare qualcosa: un lavoro stratosferico ed emozionante, altrimenti si rimane dov’è, e il principe azzurro o una sirena che esce dal mare per cominciare una nuova storia.

Siamo stanchi di mandare curricula. Stiamo stanchi di coltivare le relazioni. Siamo un po’ passivi.

Il fatto è che ci hanno spremuto.

Chi, poi, non si sa.

Se non abbiamo un reddito proprio, dobbiamo lavorare. Accadeva così anche anni fa.

Eppure è tutto più difficile. E siamo pretenziosi anche dove non ci sono alternative, o non abbiamo apparenti risorse per pretendere.

Facile vivere così, quando attendi qualcosa sapendo che sarebbe “il massimo” (appunto, la favola), senza pensare che tutto sarebbe a portata di mano (e per tutto intendo quel semplice “cruscotto di risorse”). Eppure, non ci va giù.

Non ho capito allora se non siamo coraggiosi, se non siamo lucidi, o semplicemente ci siamo stancati e, quindi, la situazione diventa immediata: o la favola si impossessa di noi, oppure ce ne stiamo bene dove stiamo, in quel limbo chiamato oceano che separa tante isole così vicine tra loro, ma sempre irraggiungibili.

Sto rompendo le scatole a tutti con la storia che questo è “l’anno della risposta”.

Non so neanche io per quale motivo… Oddio, forse un po’ sì, dai. Una risposta si “sente” solo se sai (e spesso bene) che è stata fatta una domanda.

Io però ho capito solo una cosa: che bisogno (bisogna!) chiedere. Chiedere a sé stessi, chiedere agli altri, chiedere per sé stessi. E’ davvero l’unico modo di avere, di ottenere, l’unico modo per capire dove si sta andando e se davvero piace quello che si sta facendo.

Poi, però, non sempre arrivano le risposte, oppure a volte non combaciano con quello che ci serve.

Ed è proprio lì che esce fuori la scelta. Sto facendo bene a credere in quello che faccio? O è meglio cambiare strada / correggere il tiro?

La risposta non la può certificare nessuno, se non il destino e la nostra ferma intenzione, appunto, si vorrà chiedere.

Questo perché non bisogna mai smettere di farlo (e quindi di vivere).  E’ l’unico modo di inseguire qualcosa. Anche, banalmente, la felicità.

Prima di andare a dormire, ogni volta che faccio un dolce a casa, succede qualcosa di strano. Sì, qualcosa di strano, sembra quasi magia. Un po’ come la notte di Natale per un bambino, e l’attesa per una sicura gioia futura.

L’idea di un miracolo, di qualcosa di nuovo che arriva solo una volta l’anno.

Nell’aria si sente qualcosa di diverso.

Ecco, io il dolce a casa non lo faccio una volta l’anno (e chi ce la farebbe), però quando accade, nell’aria c’è la stessa intensità di una… appunto, di una notte di magia.

Il profumo è proprio quello giusto. Di zucchero caramellato oppure di pasta sfoglia, di biscotti appena sfornati, o di cannella. Nel mio caso, cacao. Ho appena tirato fuori una caprese che parla da sola, quasi sorride. Non è un dolce affatto complicato, né importa il suo grado di difficoltà.

Importa che è buono.

Ed è tutto questo, quello che serve di domenica, prima di andare a dormire e prepararsi alla sveglia del lunedì.

Degna chiusura di un weekend, in attesa del prossimo.

In mezzo, il profumo di un dolce.

Quanto è difficile fare il quadro della situazione. Ci sono stato a riflettere abbastanza.

Qual è il limite della libertà di espressione. Qual è il limite oltre al quale i vignettisti di Charlie dovrebbero spingersi, sapendo che la conseguenza potrebbe essere quella che già abbiamo visto pochi giorni fa a Parigi e che, come dice Primo Levi, ciò che è successo può riaccadere.

Questione appunto spinosa.

Io sono un grande estimatore della libertà di espressione. E più un paese (o un’area geografica) è integralista, meno (ma va da sé) questa libertà è promossa, in quanto non si avvalorano libertà tali come accade invece nei paesi occidentali.

Non si può dire se è giusto come fanno i paesi islamici o quelli cristiani od ortodossi.

Ma si può dire che è certamente ingiusto che, a una discutibile profanazione della libertà di espressione (discutibile perché non è chiaro quale sia il limite di questa libertà) si faccia conseguire una carneficina..

Sebbene quello era il rischio a cui si andava incontro (questione risaputa).

Charlie tornerà massiccia con il suo modo di fare  e di essere. Non si arrende. Fa bene? Nessuno gliel’ha mai impedito finora (tra l’altro lo fanno verso tutte le religioni). Quindi si può fare, in Europa. E se proprio non piace, si può trascurare.

Ma questo già poteva accadere in passato, e nessuno l’ha fatto, altrimenti Charlie sarebbe scomparsa. Ecco allora che è una questione di cultura, legata all’area geografica dove si vive. Charlie forse piace, e non è contraria alla libertà di espressione che vige, territorialmente, in Europa.

Va solo ricordato che, appunto, siamo deboli su quel fronte. E che i vignettisti hanno scherzato col fuoco, e ora ci sono tante famiglie menomate e una città impaurita.

Arrendersi? Mai.

Ma trovare un equilibrio in questo, forse, sì.