Minirotaie

Regarding life course and its intersections

Conosco un ragazzo che spesso mi lascia riflettere. Per opportuna tutela della sua privacy lo chiamerò Francesco.

Francesco è un ragazzo che ha studiato ingegneria. Non so dire che tipo di ingegneria, ma da quando lo conosco mi è sembrato una persona estremamente ferrata sui calcoli, precisa, sempre sul pezzo.

Francesco è un ragazzo a cui do 24, max 25 anni- Gli piace pescare. E’ una persona estremamente disponibile, affabile, quello che fa lo fa con abnegazione.

Francesco ha la faccia da bravo ragazzo. Ma che forse rappresenta (la sua faccia, appunto) un perfetto giocatore di poker. A volte il suo sorriso sembra quasi stampato, come se rimanesse lì attaccato a tutto il resto del corpo.

Qualsiasi cosa succeda, il suo sorriso l’ho sempre visto lì.

Francesco è un ragazzo sensibile. Quando lo incontro (e capita, a volte, molto spesso) non parliamo mai di donne, anche perché pare che il lavoro non gli dia il tempo di fare altro. Torna a casa distrutto, stanchissimo, e forse è proprio in quella circostanza che il suo solito sorriso un po’ svanisce.

Ma questa è una mia supposizione, di cui alla fine non sono neanche tanto certo.

Anche perché Francesco voleva fare altro, nella sua vita.

L’ingegnere, appunto.

E invece ha abbandonato. E lavora come uomo tuttofare in una ditta che fa facchinaggio.

Entrambi i suoi genitori hanno perso il lavoro (se non sbaglio 2, max 3 anni fa) e ora ha tutta la famiglia sulle spalle.

Ecco perché ha rinunciato a studiare.

Eppure quel sorriso, a Francesco, io non gliel’ho mai visto perdere. Manco quando una volta, qualche tempo fa, ha quasi perso un’unghia della mano mentre aiutava un collega a fare un lavoro di saldatura. Al punto da raccontarmi dell’accaduto con una strana espressione come per dirmi “Lo vedi, sono ancora qua”.

E allora sì.

Per me valgono solo due parole: forza Francesco.

Oggi non mi quadrano un sacco di cose. E una di queste, forse la prevalente, è riferita al progetto che sto portando insieme al mio amico Marco (regista), con cui vogliamo esportare la pasticceria italiana all’estero.

Ed è da prima dell’estate che stiamo registrando video ricette in inglese dei principali dolci italiani, e stiamo lavorando sia sulla grafica che sulla veicolazione del progetto. Siamo usciti a fine settembre, in pompa magna seppur con i mezzi che avevamo a disposizione.

E infatti non ci si fila praticamente nessuno.

Ma nessuno nessuno!

Ossia, ce la stiamo ancora a cantare fra di noi… Fra i nostri pochi amici, qualche parente, qualche estimatore che ci ha detto persino “Belli i vostri video… Però vi seguirei meglio se fossero in italiano”.

E forse in questo momento avremmo qualche soddisfazione in più.

Di 796 I LIKE di Facebook… Non sono quanti siano “finti”, anche se non ne abbiamo pagato nessuno.

Non importa.

Noi andiamo avanti.

Fin quando, come siamo convinti di farlo verso una direzione, saremo altrettanto convinti (in due) ad andare nella direzione opposta.

Notte guerrieri.

Per l’ennesima volta sono tornato a casa da Termini a piedi. E li ho contati: circa 5 chilometri. Il mio sport semi-quotidiano che mi aiuta a non diventare un dirigibile per tutti i grassi che assimilo in cucina, un dolce dopo l’altro.

E camminare non fa altro che farmi pensare, riflettere.

Oggi mi sono confrontato con una collega riguardo quanto possa essere pericoloso un contratto a tempo indeterminato. La tomba della creatività, dell’intraprendenza, del rischio, del tirar fuori qualcosa per sé.

E tutto questo parte da un assunto: che quello che fai, nel posto dove sei, non ti completa. Altrimenti tutta la creatività la metteresti dove sei, dove lavori. A meno che, mese dopo mese, anno dopo anno, il tempo non ti logori, insieme a un contesto che, anche lui, si può logorare e portarti dentro il suo buco nero.

Ecco perché la guardia va sempre tenuta alta.

Fino a pensare, appunto, a quanto si farebbe qualora un domani qualcuno ti mettesse alla porta perché, “mi spiace, ma il suo contratto è terminato”. O a quanto si sarebbe in grado di fare.

E chissà che vita sarebbe, un po’ per rabbia di dimostrare quello che si vale, un po’ per mostrare a chiunque che sì, si è in grado di scegliere e di saper fare.

Ma quanto bisogna aspettare, quando invece c’è una specie di “assicurazione per la vita” chiamata contratto a tempo indeterminato che grava sulla testa, e allo stesso tempo quel famoso “contesto” pungola ai fianchi?

Non saprei.

Forse il tempo che si è capaci ad attendere. E ovviamente a voler cercare la via (d’uscita).

Un post con gli occhi che mi si chiudono. Mi sono addirittura toccato le palpebre inferiori di entrambi: sono leggermente gonfie. E a dire la verità non è una cosa che mi accade spesso.

Stanchezza dovuta probabilmente alla tensione del giorno.

Mio padre si è tolto delle strane cose dall’intestino (per fortuna niente di malignamente letale). Ma la tensione non è stata lì (o non soprattutto lì) nell’attesa che tutto andasse bene per papà o che soffrisse il meno possibile, quanto perché ho vissuto una parte della giornata dentro una clinica, in una stanza dove c’erano strani macchinari, magari qualche ago nascosto, e un piccolo via vai di persone che erano entrate magari in sala operatoria.

Già. Al solo leggere le parole “sala operatoria” mentre le scrivevo, mi si è appesantita la testa.

Eh, ma questa storia prima o poi la devo far finire. So che è un problema mio e so altrettanto che dovrò prenderlo di petto.

Ma non per tanti motivi.

Semmai solo per quel momento in cui dovrò mai accompagnare la madre di mio figlio in sala parto.

E non dovrò essere d’impiccio, ma solo d’ausilio.

Strada lunga, un po’ tortuosa, ma comunque davanti a me.

Stasera prima di andare a dormire mi sono messo a vedere The Bourne Identity. Un bel film d’azione che forse riesco finalmente a seguire fino al termine.

Vabbè, ma alla fine chissenefrega di questo film, mica scrivo su questo blog per fare recensioni di pellicole.

Invece mi ha colpito una pubblicità di una macchina, mi sembra di ricordare che fosse quella della Ford. E l’immagine di un matrimonio, di una donna felice che entrava in chiesa.

Cavolo, confesso che qualora mi trovassi in quella situazione – dove in quel caso sarei io ad attendere lei – mi emozionerebbe davvero. Vedere una persona, la mia fidanzata, che percorre la navata centrale della chiesa con gli occhi di tutti addosso.

Lei, bellissima, che viene incontro a me accompagnata dal padre – o da chiunque altro uomo che lei avrà scelto – per arrivare fino all’altare.

Penso che quegli attimi, per me e per lei, durerebbero un’eternità.

Peccato che stasera ho concluso, al termine della pubblicità che svaniva in immagini che raffiguravano altro, che potrebbe essere verosimile che quel momento non riesca a viverlo mai.

D’altronde, a 36 anni, per quella specie di favola del matrimonio i tempi possono restringersi anno dopo anno, mese dopo mese.

Ma chissà se l’amore è comunque una favola.

In quel caso, allora, verrei clamorosamente smentito da un’emozione.

Viva.