Minirotaie

Regarding life course and its intersections

Il cucchiaio esce lentamente dalla bocca, quasi del tutto pulito e con una lieve scia di nutella sul dorso. La lingua schiocca sul palato.

Buono.

Non sono solo un grande appassionato di pasticceria, ma principalmente sono un estimatore di dolci, fin da quando avevo 6-7 anni e mia nonna mi portava le pastarelle prese dalla nostra pasticceria preferita e facevamo merenda insieme.

E quindi stasera un po’ di dolce ci vuole.

Mi manca mia nonna.

Ma avrei anche voluto che molto, nella mia vita, fosse (già) stato diverso. E invece niente, mentre è accaduto tanto di quello che non avrei mai immaginato. Oltre a quello che, invece, non doveva proprio accadere e poi me lo sono ritrovato davanti agli occhi.

Malinconia agrodolce? Vita grama?

Ma no.

Semmai scelte, scelte che non devo rimproverarmi. Mai. Specie quando non si può più tornare indietro.

E allora perché non pensare a dove si può tornare e vedere se la possibilità è lì, per una volta, ad attendere noi?

In bocca al lupo.

La nutella è finita e ancora arroto la lingua in bocca per esaltarne il gusto. Passo, chiudo e vado in cucina che come al solito ho lasciato tutto in disordine.

Che ci volete fare, la pigrizia del venerdì sera.

Insomma pare che la mia prolissità sia il mio forte.

Ma la questione non è tanto quanto tempo impiego a raccontare, spiegare, rendicontare… No no, non mi preoccupa (solo) il fatto di non arrivare spesso al punto e il non essere in grado di evitare i soliti mille giri di parole, che però non considero mai inutili.

Qui la questione è sensibilmente più allargata.

Perché la prolissità è anche di chi piace complicare, e non sintetizzare per risolvere immediatamente.

Di chi vede sempre mille frecce che arrivano da tutti i lati, in ciascuna cosa che si fa.

Di chi pensa che ci possa essere sempre del tempo per fare, e soprattutto per finire.

Di chi dà spesso o (addirittura) sempre una seconda chance, perché pensa che sarebbe comunque opportuno.

E forse la prolissità è anche di chi è un po’ pigro.

Ebbene sì. Tutte queste cose dietro il semplice fatto di non essere capace (ad esempio) a fare un riassunto di un libro di 400 pagine in 30 righe.

Perché questo, era quello che mi capitava spesso a scuola.

Ma è possibile?

Boh.

Allora tocca perseverare con questo blog, altro che chiuderlo. Perché per chi non lo sapesse, almeno qui sto cercando di darmi un limite (di scrittura).

E non vorrei troppo abusare del tempo di qualcuno.

🙂

Sto cominciando a odiare questo blog.

E tutto ciò perché rientro ogni giorno a casa con una piccola storia, sensazione o emozione che mi prometto e riprometto di scrivere, ma poi alla fine non lo faccio mai, e mi dedico ad altro.

Mentre quando mi metto davvero d’impegno per scrivere, non so poi come fare.

Sì, mi sembra davvero fantastico.

Insomma, mi sembra la pratica che ho dovuto fare tempo addietro per debellare il rimuginio.

C’è qualcosa che ti affligge? Un fatto o un problema che è entrato nella tua testa e ti fa presagire un’involuzione della tua vita a livello catastrofico?

Beh, la tecnica è quella di NON pensare a quel fatto durante il giorno, se non in quel momento che TU stesso avrai destinato proprio a… Pensarci, al fine ovviamente di trovare una soluzione. E questo momento può essere alla mattina quando ti svegli, in pausa pranzo, dopo cena, prima di andare a dormire.

Basta scegliere.

E allenarsi.

Ma posso assicurare, mettere per iscritto e controfirmare, che alla prima occasione in cui entri in quel “sacro” momento in cui DEVI pensare a quel fatto/problema, beh, nulla da fare. Ti sforzi, rimugini (un’altra volta) su come fare, ti impegni… Ma nulla, non ci riesci.

La mente è proprio strana, è vero. Spesso va dove non vorremmo (o dove non ci conviene), e ovviamente non va dove vorremmo che andasse quando ci serve.

Mi sembra un po’ come questo blog.

Che ogni tanto va un po’ dove gli pare.

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Lo so. Sono in vacanza, finalmente, eppure mi alzo alle 6 di ogni mattina.

Lo so, non è il massimo ma quello che faccio mi serve per distrarmi. Anche se non sempre ci riesco, perché ogni tanto do un’occhiata all’e-mail dell’ufficio (sigh). Ma forse sbaglio io.

Lo so. La passione per la pasticceria mi è nata un po’ perché ce l’avevo da sempre dentro, un po’ perché un bel giorno decisi di tirarla fuori. E allora mi ritrovo ogni inizio di giorno in un laboratorio salentino che sforna 3, 4 mila pasticciotti in poche ore e serve 9 punti di vendita sparsi qua e là.

Lo so, si tratta di un lavoro completamente diverso dal mio, eppure ho voluto provare per capire quello che accadeva davvero tra chi fa la pasticceria per mestiere, sebbene certamente con la passione per questo lavoro. Eh sì, perché stare per 7, 8, a volte anche 9 ore in piedi a fare dolci che si ripetono spesso… Beh, appunto, ci vuole passione.

Lo so. E so esattamente che ancora non so. Se questo alla fine potrebbe essere un mio possibile futuro lavoro. Perché so anche che chi fa i dolci – artigianali – in quantità industriale alla fine a casa non li fa più per il semplice piacere di farlo. Ma magari a quel punto scoprirei nuovi piaceri, chissà. Come anche potrei scoprire che è solo questione di abitudine a nuovi ritmi, anche se dopo 7 giorni di lavoro continuativo sto cominciando a cedere i primi colpi. Eppure, al di là di tutto, sono contento di aver fatto questa esperienza. Di aver conosciuto gente che mi ha voluto insegnare e che ha avuto pazienza con me, sebbene ogni tanto sbagliassi il nome del mio “mentore” Angelo, per me diventato “Alfredo” fin dal primo giorno.

Perché alla fine ne è valsa la pena. Anche se manca ancora una settimana.

E anche questo, per certi versi, lo sapevo già.

“I topi fanno esattamente questo percorso qua” Marco mi indicò i due alberi di fronte a me “scendono giù dalla palma di corsa, saltano all’albero accanto esattamente tra quei due rami, e poi risalgono su e ci rimangono per un po’. Poi riscendono e tornano sulla palma”.

Scossi la testa.

“Ma proprio vicino alla stanza dove dormo io dovevano stare questi alberi?”.

“Beh, purtroppo gli alberi non li ho scelti io, ma i topi”.

Scene di vita ordinaria nella casa del mio amico Marco in località Giuliano, Lecce.

Una vacanza diversa da quello che può sembrare una vacanza, ma nella continua ottica del niente – spesso – è come sembra.

Dovevano essere tre settimane di ferie passate al lavoro in un laboratorio di pasticceria, ma ancora stiamo in trattative. Eppure era tutto definito da settimane. Ma a tutto c’è una ragione (o almeno a “tutto” si può dare una ragione), e a quasi metà del mio periodo di ferie voglio dare a questa circostanza solo il significato di “prova”, perché in fin dei conti quando qualcosa non va come vorresti, è perché il destino ti mette davanti a un’ulteriore sfida (oltre a quella che sarebbe stata qualora, invece, tutto fosse andato per le vie calcolate).

Continuare o mollare.

Provare di nuovo oppure dire “No, per me è va bene così”.

Ma credo che alla fine tutto si riduce al valore che si dà a ogni scelta.

Altro che destino.

Il peso specifico di quello che può essere la nostra vita lo diamo solo noi.

E i topi continuo a sentirli ogni tanto prima di addormentarmi, ma per fortuna non li vedo mai.