Minirotaie

Regarding life course and its intersections

Paolo rincorre

Vi è mai capitato di rincorrere qualcuno? E di automaticamente cancellare tutto il resto, tutto ciò che vi circonda. La strada, le macchine, i passanti, i motorini.

Correre, correre e basta.

Lì, davanti a voi, c’è una meta da raggiungere.

Forse la salvezza?

Forse una scelta diversa?

Guardate la foto che ho messo sopra. Sono due persone ferme, in attesa del via. E’ una foto del backstage del “corto” del romanzo “Q.B.”, ed è una delle scene più concitate della storia.

Continua a leggere

VB 3 compressa

Non credo che la fertilità sia solo un dono. Credo invece sia, più di tante altre cose, un’esigenza.

Abbiamo bisogno, di fertilità.

La fertilità è uno strano terreno che vive di vita propria, un filo di ferro che non si arrugginisce mai.

Una coperta pesante quando fuori è freddo.

Ciò che è fertile non si stanca, non si spegne, non si abbatte.

E abbiamo bisogno di tutto ciò non perché ci sentiamo spesso prosciugati, o perché non sappiamo come coprirci. Piuttosto abbiamo bisogno di tutto ciò perché sappiamo di non essere soli. Perché c’è vita, intorno a noi.

E allora vogliamo fare parte del giro.

Vogliamo che il nostro braccio si allunghi fino in fondo, dove non possiamo arrivare. Vogliamo rigenerarci.

Da soli è impossibile riuscirci.

Ecco perché dobbiamo continuare. A cercare, a sperare. Molto spesso a esserci. In altri casi, più semplicemente, a raccogliere.

E così capita che mi incontri con questa persona all’improvviso. Il cellulare prima vibra, poi suona. Riconosco il numero.

“Lui ti aspetta”, la ragazza mi dice.

Allora mi sbrigo, e vado subito a incontrarlo. Potrebbe essere un qualsiasi signor nessuno, sebbene so che, per quello che fa e per quello che è, lui è importante.

Ci stringiamo le mani, ci sediamo, parliamo di noi. Beh, in realtà gli parlo di me, perché in quell’incontro cascato tra una riunione e l’altra, in mezzo a una pila di documenti e di scartoffie, il tema era “Marco”.

Quindi ero preparato. E alle domande che mi aspettavo ho risposto, e a quelle che non mi aspettavo ho cercato di ostentare uguale sicurezza.

Poi, lui, solleva la mano di qualche centimetro e comincia a contare. Nel frattempo parla, guardando le dita che escono fuori dal palmo.

Continua a leggere

Ho visto “Se mi lasci ti cancello”.

Film strano, tagliente, drammatico nel senso che trasforma la felicità in una saponetta che poi, inevitabilmente, sembra sfuggire tra le mani.

Fino al punto che dici basta. E così, cancelli.

Non mi soffermerò sui caratteri diversi dei due protagonisti. Non mi soffermerò sulle insicurezze di lui, e sui “io voglio” di lei. Non mi soffermerò sulla paura di soffrire.

Mi soffermo invece sui silenzi, sul “non detto” tra lui e lei, sul tempo che scorre convenzionalmente. Sulla differenza tra “amare” e “far sentire amato” (o amata), sul significato di “completamento” da parte di una persona diametralmente opposta.

Poi, alla fine, una parte dell’epilogo è lo stesso. Infine, di nuovo, tutto ritorna magicamente in gioco. A far capire che non c’è nulla da fare: in teoria il saggio dice “ama come se non avessi mai sofferto”.

Tutto ciò mi fa pensare a un gioco, a un maledetto trabocchetto che ti fa ragionare sul dettaglio che può fare la “differenza”. Quel particolare che sfugge. Quella superficialità che, nonostante tutto, ci fa continuare lo stesso, pur senza sapere cosa c’è la dietro, appena girato l’angolo.

E appunto: che gioco è?

Già, che gioco è.

E allora proviamoci.

Continua a leggere

Sarà perché quando fai (qualcosa che ti piace) il tempo scorre via veloce. Al punto che può cambiare tutto o, se non tutto, quasi.Teatro marionette comp

Sarà perché anche fare qualcosa che ti piace, non è poi così automatico. Retaggi del passato, rimproveri sprezzanti. Tutta roba che gioca a sfavore della liberà di coscienza.

Sarà perché le prime ore del mattino e quelle del tramonto sono gli estremi che delimitano l’intero panorama di ciò che può succedere, dove chi si ferma è perduto e dove l’attesa è la cosa più bella.

Io ho visto tutto, ieri. Ho visto sorgere e addormentarsi la mia città. La foschia del mattino e il silenzio di un belvedere, un teatro di marionette chiuso, a poche ore dall’avvio. Un ossario e una cappella che giacevano nella loro ombra, in attesa del sole che arrivasse in alto.

Chiesa compE poi, verso l’oscurità. 3 suore di spalle, una accanto all’altra, che osservano senza parlare- Delle foglie per Ossario compterra. Una recinzione intorno a un campo.

Non so dove ci sia l’attesa più grande. Nell’inizio o nella fine. Nel non vedere l’ora di cominciare a parlare o nel mettere un punto definitivo.

La cosa che mi consola e che so che, se passa la notte, domani ci sarà di nuovo la possibilità di scegliere.

Ombre e foliage comp Staccionata comp Suore vintage compr