
Ho visto “Se mi lasci ti cancello”.
Film strano, tagliente, drammatico nel senso che trasforma la felicità in una saponetta che poi, inevitabilmente, sembra sfuggire tra le mani.
Fino al punto che dici basta. E così, cancelli.
Non mi soffermerò sui caratteri diversi dei due protagonisti. Non mi soffermerò sulle insicurezze di lui, e sui “io voglio” di lei. Non mi soffermerò sulla paura di soffrire.
Mi soffermo invece sui silenzi, sul “non detto” tra lui e lei, sul tempo che scorre convenzionalmente. Sulla differenza tra “amare” e “far sentire amato” (o amata), sul significato di “completamento” da parte di una persona diametralmente opposta.
Poi, alla fine, una parte dell’epilogo è lo stesso. Infine, di nuovo, tutto ritorna magicamente in gioco. A far capire che non c’è nulla da fare: in teoria il saggio dice “ama come se non avessi mai sofferto”.
Tutto ciò mi fa pensare a un gioco, a un maledetto trabocchetto che ti fa ragionare sul dettaglio che può fare la “differenza”. Quel particolare che sfugge. Quella superficialità che, nonostante tutto, ci fa continuare lo stesso, pur senza sapere cosa c’è la dietro, appena girato l’angolo.
E appunto: che gioco è?
Già, che gioco è.
E allora proviamoci.
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