Minirotaie

Regarding life course and its intersections

No, non è un post dedicato a Fellini. Anche perchè, faccio mea culpa, è un regista che conosco poco e che, prima o poi, sentirò il bisogno di voler incontrare.

(tra l’altro, un breve inciso… Io penso di avere dei seri problemi con tutto ciò che è “classico” – o che si può considerare tale in una cultura -… Ad esempio, per me, i romanzi classici offrono delle enormi profondità, ma nulla da fare: troppo spesso non mi famno scattare l’ossessione dal “non vedo l’ora di”).

Vabbè, ma a parte questo… Sì, amarcord.

Amarcord perché per un attimo mi sono chiesto: “Chissà come avremmo funzionato senza i social network”, su cui passiamo abbondanti momenti di passività (persino la tv, lo strumento più passivo che esiste, non fa altro che stimolarci ad andare su facebook mentre teniamo il canale acceso).

Aspetta un attimo, però. Io sono nato e cresciuto senza facebook, twitter e compagnia cantante. E Non c’era la frenesia, non c’era l’ossessione. Non c’era il timore di essersi perso qualcosa o, peggio ancora, qualcuno da qualche lista. La nostra autostima subiva molte meno minacce.

Eppure, nonostante tutto questo, noi stiamo lì. Non saremo per caso diventati “addicted”? Che ormai lo facciamo senza rendercene conto?

Non lo so. Anzi, so solo che grazie ai social noi possiamo conoscere molta più gente.

Ma so anche che, quando non c’erano i social, le persone si conoscevano lo stesso, e le relazioni duravano molto di più.

Abbasso i pantaloni con cautela. I segni non ci sono più.

Forse, prima, c’erano solo quelli fatti dall’osteopata con la matita, dopo che aveva sondato le cosce e trovato il nervo infiammato. Esattamente all’inguine, un nervo che scendeva fino a giù, lungo tutta la coscia, al ginocchio.

Prima, poche ore fa, i segni erano 5. Sì esatto: 5 punture. L’osteopata mi ha anche spiegato cosa faceva, con quella siringhetta, a cosa serviva, qual era la sua idea rispetto a tutte queste infiammazioni.

Io non è che abbia capito molto.

A me basta solo menzionare, la parola siringa, e far passare quell’ovatta umida sulla parte interessata. Alla fine le punture sono state 7: 5 da un lato, 2 dall’altro.

Da quello che ho provato a capire, tra il prosciugamento di saliva in bocca e l’ansia del “farà o male oppure no”, mi è stata iniettata una miscela innocua, a base di una sostanza disinfiammante che può far solo del bene.

“Guarda qua”, mi dice l’osteopata, “neanche una goccia di sangue”.

E bravo osteopata, davvero.

Ma a me non è che piaccia molto lo stesso.

E non mi spiego il perché.

Già qui avevo parlato della mia relazione con il “nervo vago” (https://minirotaie.wordpress.com/2014/11/22/nervo-vago-non-ti-temo/ ).

E le cose non è che siano poi così cambiate.

Ho bisogno di coerenza. Del tipo: “Hey, Marco, lo sai che 1+1 fa 2? E 2+2 fa 4? E in qualsiasi lingua e posto del mondo?”. Insomma, una cosa del genere. Lo so, è un post complicato. Ma non tanto per il contenuto, quanto per il momento.

Sono le 4 del pomeriggio del giorno di Pasqua, ho mangiato a “scatafascio”, ho sonno. Mi verrebbe da dire “non avverto alcuna responsabilità di quello che sto per scrivere”, ma alla fine cliccherò sul tasto “pubblica” e, a quel punto, ci sarà un nome accanto a questo post.

La coerenza dicevamo. Difficile, di questi tempi. Perché sono tempi complicati, tempi in cui bisogna correre coi paraocchi, dove la minima distrazione ti fa perdere di vista il tuo obiettivo. E che magari è esattamente un po’ a più destra, ma tu… Nulla, tiri dritto. E chi ti ama ti segua perché, sì, tu hai la risposta che tutti vogliono, e strano che ancora nessuno te l’abbia chiesta.

Ora, io lo so. Ci metto anche la fotina accanto. Mi sta simpatico e ne condivido le Agnello animatopreoccupazioni. Però, o si è tutti con Lui e con il resto della “famiglia animale” imbarcata nell’arca di Noè, oppure… Dai, rifletteteci bene. Sì, dico proprio a voi, persone sensibili al tema e che (lo dico onestamente) meritano tutto il mio rispetto.

O si è con Noè fino in fondo, oppure “tanti saluti e baci”.

Perché va bene l’abbacchietto, ma vogliamo mettere tutto ciò che nasce da, che so… Peppa Pig? Non avreste mai conosciuto perle d’Italia come Ariccia, oppure mangiato un’eccezionale carbonara con la pancetta croccante… O la mortadella con la pizza?

Già, la mortadella con la pizza calda… (sì lo so, ora non avete fame e non ne avrete per una settimana, ma secondo me prima o poi l’idea vi torna in mente).

Ebbene, siamo allora sinceri e coerenti fino in fondo. Non vi fa tenerezza la Peppa quando presenta il fratellino George (dolcissimo, lui), oppure la mamma e il “papino”? E danno tutti insieme da mangiare al pesciolino e, quando questo sta male, chiamano la veterinaria?

E’ proprio così.

Vogliamo allora parlare dell’anatra? Lasciamo perdere per un attimo il fegato (potrei fare uno sforzo e comprendere il problema), e pensiamo al petto d’anatra… Uno dei piatti più consigliati nelle diete mediterranee…

Ma con Paperino e i suoi dolci frastuoni con il becco, come la mettiamo? Ma non è stato lui forse ad allietare tutta la nostra infanzia, e a farci ridere nei momenti di sconsolata tristezza e solitudine?

Dio benedica Donald Duck e salvi tutte le anatre (che, a quel punto, non riuscirei a capire bene la loro funzione sulla terra… Se non quella di ricordare appunto Paperino)

Per non parlare della mucca. Io, quando ci penso, immagino una bella fiorentina (rigorosamente con l’osso) cotta sulla brace e con un po’ di sale grosso sopra. Eppure… Sì, eppure, se mi sforzo, posso provare a ricordare di quando andavo a fare le passeggiate in montagna, dove c’erano questi docili animali (nonostante la loro stazza) che mi guardavano e sembravano parlarmi con quegli occhietti, e dirmi “Voglio venire con te, caro bambino. Mi stai simpatico, mi piacerebbe tanto farmi una bella passeggiata tra i sentieri altoatesini a caccia di funghi e sorgenti di acqua fresca”.

Ecco.

Allora è proprio così. O tutti loro, o nessuno.

Cioè, nessuno… Ragazzi, io ce l’ho messa tutta. Ho cercato e ricercato, e forse potrei riuscire a trovare una via di fuga per ogni specie animale… Bambi, Moby Dick, il coniglio bianco che muove il nasino mentre annusa… Una tenerezza infinita.

Ma il pollo.

Quel poraccio del pollo non se lo fila proprio nessuno. E lo disdegnano in troppi… tanto che secondo me, di nascosto, se lo mangiano persino i vegani, sapendo di non fare alcun danno alle comunità di ogni etnìa e religione.

Perciò, da tutto questo panegirico, mi rendo conto che o accettate di mangiare tutto quello che arriva sulla tavola, oppure, mi spiace, beccatevi ste due fette di pollo al pranzo di pasqua e conditele con abbondanti pomodori e un filo di olio di mais (non sia mai vogliate utilizzare quello extravergine).

Di sicuro, per ogni fetta di petto di pollo ingurgitata un dietologo acquista un sorriso, e un appuntamento in più sull’agenda.

Buona pasqua.

Il contenuto di questo post mi ronza in test da giorni, forse persino da mesi. E decido di scriverlo al ritorno da una serata di flamenco, con ancora il frastuono schiacciante dei tacchi sul palco, e la visione ipnotica delle mani, leggere come tanti ventagli al vento.

Non solo.

Anche le espressioni dure, concentrate, quasi sofferenti delle ballerine, pronte a esplodere appunto in una scarica di pedate sul pavimento a ritmo di musica.

Io cercavo di essere concentrato, ma non ci riuscivo facilmente. Pensavo alla sensualità del ballo, ma anche alla malinconia dei loro visi, che interpretavano a puntino il suono della chitarra e le parole cantate dal vivo. Acuti che ricordavano che qualcosa, nell’aria, mancava. Parole e grida verso un amore finito, o verso una disgrazia familiare. Oppure, più semplicemente, verso chi doveva esserci ma, per i casi della vita, non era lì. Lì con chi cantava.

E allora non so, se quella parte di noi che vuole la felicità fino in fondo cerca qualcosa che in realtà non si può avere. Non so, se quella parte di noi che vive ogni giorno pensando che “quel momento arriverà”, semplicemente ha scelto di accontentarsi, pur a malincuore, perché “basta che si vada avanti”. Non so, se quella parte di noi che ancora cerca, forse non ha ben capito cosa vuole.

Io penso che serva più sofferenza “sana” (di quel tipo che vale la pena vivere), più leggerezza, meno favole tragiche e, soprattutto, meno propensione al “farsi salvare da qualcuno”.

Oggi sono tornato a casa insieme a un collega, che abita a pochi passi da me. Le solite chiacchiere: la famiglia, i progetti per il weekend, gli sport. Poi, logicamente, il lavoro.

Perciò no, non sono le solite chiacchiere. A un tratto il collega mi dice che potrebbero esserci delle serie riflessioni, da parte del management, circa il personale. O almeno così ha percepito.

Faccio spallucce. Questa cosa la sapevo anch’io, da tempo, ma “pare che il contratto sia ok”, gli dico.

“Eh , ma le cose non vanno poi così bene”, perché i soggetti coinvolti, le parti, i sindacati, e poi bla bla bla…

Rimango a guardare le persone sedute in metro davanti a me. Potrebbero essere chiunque. Potrebbero essere persino nude.

Per me, questa storia del periodo di difficoltà, non solo è ben risaputa in tutto il paese, ma ne ero al corrente rispetto alla mia azienda. Il problema è che non ho mai visto il mio collega così serio al riguardo.

Ora, non è importante che lavoro faccio o dove (beh, dove… figuriamoci: lavoro in banca, uno dei posti che dovrebbero essere tra i più tutelati, soprattutto per chi non è un senior e costa poco all’azienda), ma resta il fatto che il mio collega, così pallido al ritorno dall’ufficio, non l’avevo mai visto.

“Sei preoccupato”, gli chiedo?

Mi dice di no. Mi dice che non ci pensa, che “si vedrà a tempo debito”, che certamente i primi sulla graticola sono gli “over” qualcosa.

Ci rifletto. E continuo a farlo fino a dopo averlo salutato, fino a quando arrivo a casa. A un tratto capisco: mi sento vuoto. Anzi, “svuotato” è il termine esatto. Qualcuno è entrato dentro le mie viscere e mi ha derubato di qualcosa.

Anche se ancora nessuno, dell’azienda per cui lavoro, mi ha mai detto formalmente che potrebbero esserci seri rischi. Quindi, perché preoccuparmi? Perché per un momento mi sono immaginato come deve essere la vita senza un domani che mi qualifica.

Molti, incredibilmente, per il disagio che avvertono nelle aziende dove lavorano non aspettano altro che essere licenziati per fare quello che desiderano. Per cambiare vita. Non so se leggerlo come un pensiero “vile”, o come una reale potenzialità di tante persone che attende solo quel “momento” per concretizzarsi.

Credo, però, che quando qualcuno ti cambia la vita dal di fuori, non è la stessa cosa.

Bisogna solo sperare a quel punto di essere resilienti abbastanza. Perché là fuori c’è traffico.