Minirotaie

Regarding life course and its intersections

Ho letto un post da una parte che diceva qualcosa tipo “una situazione / una persona con cui sei in contrasto la devi far diventare parte di te. Altrimenti non riuscirai mai ad assorbirla, e lei ti porrà sempre resistenza”.

Insomma, era qualcosa di simile, ma il senso è tutto lì.

Ora, non voglio far diventare questo post la sagra delle frasi comuni o delle varie scoperte dell’acqua calda. Ma, retoricamente, penso che sia impossibile accettare sempre tutto. Ed è un bell’intruglio di: esperienza, carattere, scelte di cambiamento e forza di volontà, tempo / pazienza, sensazioni a pelle, senso di competizione.

E poi: perché dobbiamo fare sempre noi il primo passo?

Chi detta le regole qui?

Di certo non il più debole.

Ripeto: di certo non il più debole.

Io non so voi in che posizione state ma spesso, troppo spesso, un’infinità di relazioni finiscono con l’essere gestite da una persona forte, e una persona debole.

E allora credo che bisognerebbe essere dei forti saggi. Altrimenti si potrebbe rimanere come dei forti, e basta. O meglio: dei forti, soli.

A me è preso un colpo quando ho letto la frase con cui ho aperto il post. Ma, ragionando, penso che mi tocca acquisire ancora più forza.

Se proprio non mi sento di accettare chi ho davanti.

Mi rendo conto che a volte non sempre si è in grado di arrivare dritti al punto. A quello che si vuole dire, che si vuole trasmettere, che si vuole far ascoltare.

Forse in questi 3 verbi ci sono proprio i motivi per cui chi non riesce a essere così immediato, appunto, si tira indietro.

E’ incredibile ma spesso, dietro a questo particolare freno che ostruisce la libera espressione dell’anima e – allo stesso tempo – dei muscoli della pancia, c’è una strana paura del giudizio altrui che castiga chi ha magari le idee chiare e termina alla fine col comunicare tutt’altro.

Al punto che, chi alla fine non lo fa, si convince persino di non avere le idee chiare, di non sapere manco più cosa vuole, con il risultato finale (enormemente distruttivo) di non fare.

E’ un peccato (quello di non fare).

Tanto che sono d’accordo con chi dice che “cogito ergo sum” è una delle più grandi “sole” della storia.

Non si vive solo perché si pensa.

Soprattutto quando non c’è l’azione.

E a me, anche un no, va ugualmente bene.

E’ lunedì. E non è che il lunedì si possa essere sempre fantasticamente sulla cresta dell’onda, soprattutto quando non tutto coincide.

Quindi, non me ne vogliate. Ma stasera qualche riflessione l’ho fatta e secondo me ho anche chiuso un cerchio.

C’è uno stranissimo rapporto in tutti noi tra la voglia di fare (motivazione), le persone per cui lo facciamo (e l’autorevolezza che riconosciamo loro) e la considerazione di noi stessi. E’ un maledetto intreccio dove a volte ci blocchiamo molto più facilmente di quello che pensiamo.

Facciamo qualcosa. Pensiamo di farlo bene. Ci dicono però che lo abbiamo fatto male.

Ma chi ce lo dice può giudicare?

Lasciamo perdere la risposta NO, per un momento. E concentriamoci invece sul SI.

Si -> ne riconosciamo l’autorevolezza -> ci mortifichiamo, riteniamo che abbiamo fatto male, jperò stimiamo la persona e a quel punto cerchiamo di dare il meglio per dimostrarle, appunto, che siamo forti.

Sì -> non ne riconosciamo l’autorevolezza -> non accettiamo la critica (anche se giusta), però se questo accade spesso ci infastidiamo, non vogliamo lavorare, lo facciamo male e le cose vanno peggio. Poi la nostra motivazione crolla, e allo stesso tempo cerchiamo di appigliarci a qualcosa che però ci spinga a continuare a fare.

Solo che la conseguenza di questo punto va a toccare la nostra autostima, e senza che ce ne rendiamo conto. Ed è lì che si aggroviglia un po’ tutto. Perché, appunto, non ce ne rendiamo conto (ripeto: non ce ne rendiamo conto) ma per via di questa poca motivazione continuiamo a lavorare male, i risultati non possono essere soddisfacenti, chi deve giudicare (al di fuori dell’autorevolezza che non riconosciamo) continua a farlo, e noi fantasticamente diamo il là a una corrente lenta d’acqua che scava, scava e va giù, portandosi appunto con sé la nostra autostima.

Che crolla, prima ancora che riusciamo a capire perché non riusciamo a fare le cose.

Quasi ad anticipare nuove critiche che poi piovono addosso.

… Che l’ispirazione stavolta l’ho avuta dal grande Coelho. Oggi il famoso scrittore ha pubblicato un bel post sul suo blog sui sogni e su come li uccidiamo, a volte senza accorgercene.

Mi piace però vedere il doppio ingresso ovunque. O quantomeno la doppia visione. Il lato A e il lato B. Perché se da una parte possiamo rischiare di uccidere i nostri sogni, allora dovremmo anzitutto partire da lontano e capire se alla fine ce li abbiamo questi sogni.

Quali sono, e se rimangono alla nostra portata.

Perciò, quali sono i sogni che ci appartengono?

Probabilmente quelli dove, quando ci immaginiamo completamente risucchiati, ci sentiamo leggeri, soddisfatti, forse anche felici. A prescindere da qualsiasi, e dico qualsiasi forma di interazione da parte di tutti gli altri.

I sogni sono nostri, nostri e basta.

E se non si fa il primo passo di scoprirli e poi custodirli gelosamente, si arriva a un’età dove quel sogno è svanito, e dobbiamo avere la forza di cercarne uno nuovo, oppure addirittura di ridurci ad aiutare qualcuno a raggiungere il proprio perché, sfortunatamente, non abbiamo più quella capacità di crederci.

Allora si tratta di uno sforzo che va fatto prima, laddove quel prima non sempre si sa bene dove può stare.

Perché alla fine i sogni sono tutti là fuori. Sono un po’ come stelle luccicanti appese al cielo. Non facilmente alla nostra portata (un sogno è sempre un sogno, suvvia), ma che rappresentano la nostra naturale propensione verso ciò che risiede più al centro del nostro emisfero. Nei nostri abissi dove potremmo non arrivare mai a toccare, ma dove purtroppo possiamo arrivare solo noi.

Basta sapere che sono lì.

Oggi sono andato a vedere una mostra bellissima di foto. E in particolare si trattava della celebrazione dei 125 anni di storia del National Geographic a Roma.

Ho visto tantissimi scatti, riguardo i contesti più diversi: scienze, natura, civiltà, mare, montagna… Animali.

Una delle foto che mi è più rimasta impressa, infatti, è proprio questa che allego. Una leonessa e il suo cucciolo che l’abbraccia. Guardano entrambi nella stessa direzione. Chissà cosa. Forse l’arrivo del papà. La mamma sembra così serena, che non può che succedere qualcosa di curioso o gradito davanti a loro.

Nella didascalia della foto c’era scritto qualcosa tipo “questo scatto è un esempio di forte somiglianza tra il comportamento animale e umano”.

E in effetti l’abbraccio è una delle cose più belle che ci sia.

Molto più forte di un bacio, anche di quello scambiato da due innamorati. A volte, infatti, i baci sono “svenduti”, dati un po’ a vanvera, regalati per un momento di euforia.

L’abbraccio invece te lo porti dietro. Significa mi fido di te, non mi fai paura, ti voglio aiutare, mi manchi, ci sono.

Difficile fingere un abbraccio.

Anche se, a volte, non si riesce ad andare più in là di quello.

Ma visti i tempi, farcelo bastare può essere cosa buona e giusta.

Godiamone il più possibile.
Abbraccio