Minirotaie

Regarding life course and its intersections


Credo che l’elefante si mangi un boccone alla volta.

Che non ci sono cicli, fasi, periodi. Continuiamo e basta. E poi, semplicemente, verrà il momento in cui due conti ce li faremo.

E allora serve anticipare l’attimo in cui tracceremo una linea. Perché non è vero che c’è tempo per tutto.

Allontaniamoci quindi da quello che siamo ogni giorno. E guardiamo attentamente.

Stiamo correndo così veloce che in un attimo siamo arrivati a 25, 30, 40 e più anni. Forse con la stessa velocità andremo ancora più avanti.

E la vita è lì, propri in quel perimetro, in quella strana scatola. Nascita, crescita, invecchiamento. Sembra proprio una scatola.

Ma niente paura.

L’elefante, appunto, si mangia un boccone alla volta.

Basta avere coscienza che, sebbene tutto quello che ci riguarda si inserisca in questo quadro, in quel rettangolo “finito”, gli spazi per infilare una mano e pescare in fondo, ci sono.

L’energia non va dispersa.

Va utilizzata affinché si possa rigenerare.

E’ l’unico modo per creare degli spazi nuovi,  e non solo utilizzare quelli vuoti.

Pan di spagna

La scelta è: lievito o uova. Chimica o proteina.

No. Alla faccia del colesterolo, vado per l’albumina. La natura me l’ha data, e io cerco di farne buon uso.

Il pan di spagna è un po’ come un figlio: perché dopo aver montato le uova con lo zucchero, lo massaggi insieme alla farina (e alla fecola, altrimenti è troppo molle… mentre un buon pan di spagna si deve sbriciolare), e così esce fuori come una spuma, una crema che racchiude proprietà magnifiche.

Però poi, la metti nella tortiera e… La lasci andare. La lasci crescere.

Un figlio, appunto. Che aumenta da solo, sale di spessore nel tempo. E’ morbido, è concreto, ma non è stucchevole.

Qual è la ricetta più semplice e genuina da fare?

Semplice (appunto): uova – zucchero – farina.

Il pan di spagna si fa proprio così. Niente difficoltà, niente paure, solo 3 o 4 ingredienti.

Poi, una volta tra le mani, si inzuppa. Nella cioccolata calda o in uno sciroppo di acqua e zucchero. Nel primo caso va mangiato subito, immediatamente. Ed è una libidine.

Nel secondo, invece, metteteci sopra della crema pasticciera e un po’ di frutta.

Lascio a voi ogni commento residuo.

Il resto, è solo superfluo.

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Candele

Non so se anche voi fate ‘ste cazzatelle quando vi fate la doccia.

Che poi, vorrei dire, potrei capirlo se vi fate il bagno con i sali, i profumi, le musiche zen e tutte quelle robe lì.

No no, io solo una banalissima doccia e prima, tac, serranda semi-chiusa, luce spenta e due candele sparate sulla mensola. E mi ci sono ritrovato così, quasi senza saperlo.

No, ferma.

Senza saperlo un cavolo.

Io lo so, lo so eccome.

Mi andava semplicemente di sparire. Avevo bisogno di buio, e non mi bastava la luce che veniva dalla piccola finestra.

D’altronde diluvia, stamattina a Roma.

Ma forse diluvia dappertutto.

E’ che non se ne può più, di tutta questa sofferenza, di queste carneficine, del “non uscire”, del “non andare”, del non poter godere di quello che ci è rimasto (o che ci fanno rimanere).

Io mi sono un po’ scocciato, sinceramente. E non riesco più a seguire.

Pausa.

(che poi, nello scrivere la parola “pausa”, avendo fatto un corso di scrittura rapida, mi sono sbagliato e ho scritto “paura”.

Eppure la “r” e la “s” sono lontane, nella tastiera).

7

Mi chiedo se lo spazio e il tempo possano essere due variabili da modellare a nostro piacimento. Una risorsa più che un limite. Un passaggio, un istante, un momento.

Non è facile arrivare a un sorriso così, anche se di pietra. Anche se pare basti toccarla per mandarla in mille pezzi. A volte siamo puzzle di noi stessi. Dove ogni piccolo pezzo ha un peso specifico troppo pesante.

Un prezzo troppo caro.

E’ come se lo spazio e il tempo diventassero, troppo spesso, il fattore determinante per farci inseguire, inseguire e basta.

Mi chiedo allora se c’è un modo per allargare lo spazio e allungare il tempo, per trovare il nostro posto.

Forse basta allenarsi. E cominciare a pensare di arrivare più lontano, e di farlo quella volta in più.

E’ la cultura dell’errore, alla fine, quella che ci manca.

Sta arrivando il freddo. Finalmente.

Oggi sono andato a fare la spesa, e mi sembra di stare già un mese avanti.

Troppo presto? O troppo tardi, secondo i consumi di noi essere umani, che prima accadono e prima saremo tutti salvi?

Mi sono già visto: casa dei miei, notte della vigilia, candele rosse, salmone, insalata russa, luci accese ovunque. Ci manca solo la neve, ma Roma viene dispensata – per fortuna – da tale nefasta probabilità.

E ogni volta, poi, la stessa domanda.

Perché la vigilia di natale è peggio di un capodanno. Se a capodanno ti devi divertire per forza, la vigilia di natale devi essere contento per forza.

E a dir la verità, io sono anche contento, il Natale mi piace.

Ma mi chiedo se potrò esserlo quel po’ di più.  Magari il prossimo anno. Cazzo, già me lo sto chiedendo adesso.

Uff.

Ed è una domanda che mi viene spontanea, un bisogno che sembra un regalo che un bambino aspetta da Babbo Natale, bello grosso e che fa rumore quando lo scuoti.

Un’esigenza di dare un senso a tutto.

Mah.

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